di Fabio Cimmino
Qualche annetto fa Roberto Giuliani, su lavinium.com, pubblicò un mio pezzo in cui riprendevo l´annosa questione sulle possibili interpretazioni di quello che è forse considerato il vitigno più controverso in circolazione. Quello che è ritenuto il vitigno internazionale per antonomasia e bianco per eccellenza: sua maestà chardonnay. Un vino in grado di scatenare entusiasmi ma anche reazioni forti come, addirittura, la nascita di un vero e proprio gruppo di oppositori che, pur virtuale, nato negli Stati Uniti si è, successivamente e rapidamente, diffuso in tutto il resto del pianeta. Sto parlando del famoso ABC club, "anything but chardonnay" (della serie, mi permetto di tradurre liberamente ed un po´ licenziosamente, "datemi tutto basta che non sia chardonnay"). Un movimento presto divenuto celebre ed al quale, anche se forse incoscientemente, anch´io mi sento di aver idealmente aderito. Ci si dimentica, però, troppo spesso che c´è una nazione, la Francia, dove quest´uva è da considerarsi assolutamente autoctona e dove, essendo rintracciabile in più di una denominazione, viene egregiamente declinata attraverso un ventaglio molto variegato di possibilità espressive. Lo chardonnay è, infatti, un vitigno poliedrico in grado di assumere differenti caratteristiche in virtù dei diversi terroir e delle differenti tecniche di vinificazione. Dalla Champagne alla Loira, passando attraverso "appellation" minori, per culminare nella sua massima interpretazione in Borgogna dove lo ritroviamo nella parte più settentrionale, Chablis, alla base di bianchi vivi, freschi ed eleganti e nella blasonata Cote d´Or in uno stile decisamente più complesso e strutturato in cui riescono a coesistere agilità e grassezza dando vita a vini ricchi di aromi floreali e fruttati amplificati dalla tostatura e dalla speziatura del rovere in cui vengono fatto fermentare. In Italia e nel resto del mondo, California ed Australia in testa ma anche Sud America e Sud Africa, si è cercato di scimmiottare per anni proprio quest´ultimo prototipo di chardonnay con l´obiettivo di inseguirne il successo commerciale, nel frattempo realizzatosi su scala mondiale, ma con risultati spesso deludenti, goffi e caricaturali. La grande complessità, ricchezza e concentrazione di profumi degli chardonnay della Cote d´Or non è stata replicabile altrove dove hanno prevalso, incontrando comunque un certo pubblico di appassionati ed estimatori (sic !) vinoni ruffiani, pesanti e monocorde dagli aromi tostati e caramellati di nocciola, burro, miele e vaniglia. Passata la sbornia iniziale, fortunatamente, una rinnovata presa di coscienza da parte dei mercati e, quindi, di consumatori e produttori, non ha tardato diffondersi. La scelta di far pubblicare quel mio pezzo fu dettata proprio da un lato da questa inversione di tendenza avallata dal ripensamento in atto nella nostra penisola, soprattutto nelle regioni d´adozione più vocate, Trentino ed Alto Adige, e dall´altro dal volermi confrontare nuovamente con un vitigno ed una tipologia poco o per nulla nelle mie corde. Seguendo i consigli di chi le distribuiva esaminai alcune etichette tra quelle più apprezzate ed abbordabili nei prezzi, disponibili sul mercato senza eccessivi problemi di reperibilità. Il risultato per quanto confortante ed indice dell´ avvenuto cambio di direzione non riuscì, comunque, nell´immediato periodo che seguì a farmi continuare in questo viaggio attraverso quella che potremmo definire la possibile via italiana allo chardonnay. Non ne ero convinto allora ed ancor di più dopo una mia trasferta a Parigi quando l´amico Pascal del Cote Celliers dell´Avant-Gout (splendida enoteca nata da una costola dell´omonimo conosciutissimo ristorante, di cui ho spesso parlato) ha insistito nel farmi acquistare due chardonnay di una stessa vigneron indipendente: Anne Sophie Debavelaire. Nonostante le mie resistenze Pascal è riuscito nell´intento non solo di farmi acquistare questi vini ma anche, perfino, un viogner, altro vitigno che tendenzialmente detesto, del basso Rodano (ma questa è un´altra storia). Siamo a sud della Cote d´Or nella Cote Chalonnase nel comune di Rully. Lo Chardonnay di questa produttrice segue la filosofia di bianchi freschi e piacevoli, fruttati ed eleganti, contraddistinti da evidenti componenti minerali e ricchi di acidità. Parliamo di due etichette dal costo intorno (forse sotto) ai 10 euro in enoteca dall´ impostazione rigorosamente naturale nell´approccio sia di vigna che di cantina. Il Rully blanc 2004 nasce su suoli argilloso-calcarei ed è il più importante tra i due. Gli aromi al naso sono molto delicati, di tiglio, acacia, frutti bianchi ed anche al palato il vino scivola via senza particolari sussulti mostrando un grande equilibrio tra morbidezza ed acidità. Straordinario, invece, il Plante Moraine 2004 che si distingue per la sua eleganza sostenuta da una buona verve acida: ricco di profumi intensi, ampi ma non aggressivi, strutturato senza risultare potente. Al naso si percepiscono sentori agrumati con accenni di frutta esotica, fiori bianchi, felce, fieno, noci, mandorle e sentori minerali. Una vera goduria, un tripudio di sensazioni che si esalta in una perfetta corrispondenza al palato dal finale vibrante, secco ed asciutto. La cosa che più mi ha sorpreso è stato però l´utilizzo di tappi sintetici su entrambe le etichette. Se in parte più comprensibile sul Bourgogne blanc Rully (perché rischiare con un tappo in sughero!) mostratosi particolarmente pronto non mi ha convinto sull´altra selezione, benché meno importante, un bianco sul quale non nascondo che scommetterei ed azzarderei, senza indugiare, qualche anno in più di invecchiamento. Un´offerta così interessante a questi prezzi lascia molto pensare e riflettere. Dobbiamo, solo, ritenere una fortuna il fatto che fuori dalle denominazioni forti (Bordeaux e Champagne) i francesi riescano quasi a far peggio di noi in termini di promozione e comunicazione. Il Plante Moraine esce dalla cantina a 6 Euro e metterebbe in riga, sono sicuro, senza problemi, un consistente numero di chardonnay italioti. Concludendo: che ci fossero chardonnay e chardonnay già lo sapevo e si sa. Basta solo ricordarsene e non rassegnarsi all´evidenza degli scaffali di casa nostra asfissiati da un sistema distributivo miope, obsoleto e conservatore. Mi chiedo quale sarebbe la nostra reazione di fronte a una falanghina australiana oppure un aglianico californiano ?!... probabilmente (o meglio lo spero!) qualora decidessimo di acquistarla si tratterebbe di un gesto di pura curiosità e che rimarremmo, comunque, molto più che semplicemente prevenuti o perplessi al riguardo. Allo stesso modo, pertanto, quando abbiamo voglia o sentiamo il bisogno di riscoprire la vera identità dello chardonnay proviamo a rivolgere lo sguardo oltralpe, dove non è per forza necessario svenarsi ed acquistare qualche costoso "grand cru" per avere delle gran belle soddisfazioni e riscoprire la magia di questo vitigno quando è "autoctono" ...
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