di Fabio Cimmino
Sono sicuro che Vi sarà capitato, anche di frequente, di trovarti di fronte ad alcuni vini premiati ed osannati dalle guide, dai punteggi stellari e conseguenti prezzi da mutuo in banca, che all'assaggio si rivelano totalmente irrespirabili ed imbevibili ma che, come dicono gli esperti, «si faranno...».
Una vivace discussione tra due bravissimi degustatori (se mi interessa ancora il vino è perchè esistono ragazzi come loro!) mi ha stimolato a scrivere sull'argomento riprendendo e riadattando, con il loro permesso, alcune riflessioni e considerazioni.
Un discussione avuta durante una manifestazione con un noto produttore riguardo al suo celebratissimo vino rende ancor più tempestivo e necessario questo mio intervento alias questa «mia» presa di posizione. La frase «si faranno» se può essere valida per alcuni rossi da invecchiamento non lo è per quei vini che al momento dell'assaggio si presentano legnosissimi e scomposti per i quali affermare «bisogna berli fra dieci anni» diventa niente di più niente di meno di una banale scusa. A parte il fatto che non necessariamente fra dieci anni saremo ancora vivi (gli scongiuri sono d'obbligo, naturalmente!), un conto è l'evoluzione positiva di un vino, un conto è mettere in commercio «roba» imbevibile che un giorno, forse (e comunque non è detto) potrebbe diventare un grande vino, che nel frattempo viene fatto pagare come tale. I produttori seri dovrebbero tenersela in magazzino certa «roba». Il vino diventa così l'unico settore in cui le incombenze dell'immagazzinamento vengono sistematicamente scaricate sul cliente.
Il produttore è come stesse facendo una vendita en-primeur a prezzi normali, non di certo vantaggiosi come nelle vere vendite en-primeur dove il rischio di comprare vini sul cui futuro organolettico si è incerti viene ripagato con un prezzo inferiore. Se ciò non bastasse il cliente deve pure aprire ogni tanto una bottiglia per capire se "il vino si è fatto oppure no...?". Questa è un'altra spesa che si sobbarca il cliente seppur sottoforma di bottiglie sprecate. Il bello è che, di tanto in tanto, aprirà una bottiglia per, poi, rispondersi non ancora.... È scandaloso e non se ne parla mai. Il problema del giudizio tarato sulle previsioni di evoluzione è un problema, però, non in quanto tale, bensì in quanto viene utilizzato impropriamente per dare patenti di nobiltà a vini che invece il tempo non ha ancora fornito dei necessari giustificativi. Se si dovesse commercializzare un grandissimo Barolo, Brunello o Taurasi solo quando pronti, i produttori dovrebbero stoccare 20 o 30 anni di produzione. Il che equivarrebbe a non avere più certi vini oppure pagarli cifre elevatissime nell'ordine di migliaia di euro. Sarebbe auspicabile e da ritenersi perfettamente ragionevole che il vino uscisse in commercio quando si può cominciare a farsene un'idea, che sia effettivamente possibile interpretarne il probabile percorso evolutivo perché c'è una storia, una storia fatta di un numero cospicuo di annate vecchie e meno vecchie, grandi e meno grandi alle spalle.
La cosa invece assai criticabile è che si prospettino altrettanto probabili evoluzioni future, e con esse si giustifichino voti alti o anche altissimi, a vini che hanno appena pochi anni di vita, durante i quali molto spesso hanno cambiato in continuazione metodi e tecniche di coltivazione, di vinificazione e di affinamento. Questo significa azzardare sulla pelle dei consumatori, quando con ogni probabilità non ha idea nemmeno il produttore di turno quale sarà il probabile futuro dei propri vini. Si vendono ai consumatori degli esperimenti con sempre minore variabilità ma sempre con una grande imprevedibilità sostanziale. Quando alcuni grandi vini escono in commercio sono già «grandi», di classe vera. Magari ancora un po' chiusi, magari un po' meno profondi e complessi rispetto a qualche anno di evoluzione in più, sicuramente non al meglio, eppure «sono già loro», non c'è dubbio! Poi però ti arrivano nel bicchiere vinacci sovralegnosi, con tannini violenti e asciugantissimi, alcoolicità brucianti, e uno non può nemmeno dire che sono vini sbagliati perchè ci sarà sempre qualche «esperto» pronto a spiegarti, con l'aria di darti la lezione, che questo vino non puoi giudicarlo adesso, ma fra 10 anni! E allora mettetelo in commercio fra 10 anni, perchè portarsi a casa un intruglio scomposto e grossolano, pagandolo subito, col rischio che non diventi mai qualcosa di decente e la certezza che, comunque, dovesse un giorno anche diventare un vino vero, nel frattempo avrò già sprecato due-tre bottiglie in tentativi andati a male. La storia dell'infanticidio, oltre un certo limite, è buona solo per zittire le critiche nei confronti di vini che se le meritano. Un conto è dire «aspetta questo vino qualche anno, e ne avrai il meglio» un altro è dire «comprati questo intruglio imbevibile, vedrai che gran vino sarà fra 10 anni». C'è differenza, eccome, eppure sono molti gli appassionati che si fanno incastrare facilmente da questo subdolo ragionamento. Non riescono a percepirlo perchè l'attuale «politicamente corretto» enologico dice: «I grandi vini vanno aspettati». Sì vabbè, ma da quale base di partenza??? E' serio mettere in commercio un'intruglio che magari sa solo di legno e fartelo comprare col ricatto psicologico «non puoi giudicarlo ora, ma fra 10 anni»? No, non lo è. E' ora che ce ne rendiamo conto e cominciamo a dire a certi produttori «OK, OK, riportamelo tra 10 anni e se è diventato un vino te lo compro, per ora però te lo puoi tenere».
Tratto da «Pensieri & parole, dialoghi fuori dal coro...» di L.F. e R.F.
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