Altre Nazioni
Progetto e realizzazione: 
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Altre Nazioni
Curato da: Marco Caprarola
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di Stefano Legnani
Continua la storia della fillossera, con la ottava parte. Le puntate precedenti sono raccolte alla fine dell'articolo. OTTAVA PARTE La sera scorsa, incominciò il Cavaliere, avete visto come ciascuno di voi può preparasi le barbatelle innestate occorrenti a ripiantare i suoi vigneti: Stasera dobbiamo dire qualcosa su quest’impianto di nuovi vigneti. Ma prima di tutto mi sento in obbligo di premettere un esordio. Prima di accingerci all’impianto di un vigneto, vorrei che ciascuno di voi facesse una specie di esame di coscienza. E si domandasse: “Faccio bene o faccio male?”. E vorrei che prima di rispondere, cercasse di ricordarsi di quelle tristi annate, che purtroppo si son ripetute così sovente in questi ultimi tempi; di quelle annate, dico, in cui sembrava che aver vigne volesse dire aver dolori; produrre uva, sembrava roba da pazzi; vendere vino, impresa da disperati. Vorrei che pensaste a tutto ciò, e riflettesse che il passato può da un momento all’altro ridiventar presente: Vorrei, in una parola , che ciascun di voi, prima di piantare una vigna, si domandasse se con questo lavoro egli farà un buon affare per sé e una buona azione per il suo paese, o se per avventura non farà tutto il contrario. E come si fa a saper questo? Domanderà qualcuno tra voi. Ve lo dico io. Se il terreno che voi volete piantar a vigna può da buone produzioni di grano abbondante foraggio per la stalla, e voi non piantate viti ma seminate grano o fate un bel prato. E se in passato ottenevate dal vostro vigneto dei vini scadenti, mali in gambe, che a stento trovavate a vendere, e voi non ripiantate viti ma piantate qualunque altra roba: magari un bosco, se non potrete metter di meglio, e farete un’opera buona. La vigna, in una parola deve essere riservata a quei terreni dove può dar buoni prodotti e dove invece non si potrebbero utilmente coltivare altri prodotti. Dopo quest’esordio, mi permetterò di darvi qualche consiglio sull’impianto dei vigneti. Scelto che abbiate il terreno, bisogna che pensiate a ben prepararlo. Ed anzitutto, se è necessario, a sistemarne la superficie, perché le acque di pioggia non riescano di danno, ma anzi riescano benefiche. Se il terreno è in piano, vedete di dargli una sufficiente pendenza verso un angolo, e di munirlo di numerosi fossatelli di scolo, che sbocchino in uno maggiore che limita l’appezzamento, in modo che l’acqua non ristagni. Se è in colle, non lasciate che le acque corrano all’impazzata giù per la china, asportando terra e scavandosi solchi in ogni senso, ma guidatele in fossetti orizzontali, che di tanto in tanto comunichino con quelli inferiori mediante brevi tratti inclinati. E non disponete i filari secondo la massima pendenza del terreno; ma fateli orizzontali, cioè perpendicolari a questa pendenza. Ma sistemar la superficie non basta. Occorre un buon lavoro fondamentale al terreno. Occorre uno scasso. Tutti i migliori viticoltori anche dei tempi antichi han sempre dato molta importanza a questo lavoro di scasso. A più forte ragione dovrete dargliene voi, che dovete usar viti americane, in generale più esigenti in fatto di terreno. Questo lavoro di scasso può essere totale o parziale. Quando appena sia possibile, il primo è certo migliore. Sarà d’obbligo, ogni qualvolta si voglia piantare un vigneto intensivo, in cui cioè le viti dovranno essere molto vicine tra loro. Non fate troppa economia in questo lavoro. Fatelo profondo non meno di sessanta centimetri; e se occorre, anche ottanta, e magari un metro. Se però voi intendete piantare un vigneto con filari molto distanti fra di loro, potete far a meno di questo scasso totale, e potete limitarvi ad uno scasso a fosse. Aprite cioè delle fosse larghe da un metro ad un metro e cinquanta e profonde settanta o più centimetri. Se vi è possibile, incominciate il lavoro con l’aratro e finitelo a braccia: risparmierete non poco nella spesa. Ciò che vi raccomando è di far presto questo lavoro. Non aspettate al momento dell’impianto; ma, specialmente se il terreno è compatto, fatelo in agosto, in modo che le zolle vengano a sentire l’effetto benefico del sole, delle piogge e dei geli. Una buona preparazione del terreno richiede però anche una adeguata concimazione. E tanto più questa sarà necessaria per l’impianto della vite, trattandosi questa di pianta che deve restare sul terreno per molti anni. Ma della concimazione in vigneto mi riserbo di parlarvi un’altra sera. Supponiamo per ora che voi abbiate opportunamente provvisto anche a questa. Sarete dunque al momento di affidare al terreno le giovani piantine di vite. Qui però si affacciano altri gravissimi problemi. Ed anzitutto: quali vitigni, ossia quali varietà di viti dovete scegliere? Evidentemente, non è possibile una risposta unica per tutti. Ma quello che posso, anzi devo raccomandarvi, si è di por molta attenzione a questa scelta del vitigno o dei vitigni. Anzitutto, nel vostro vigneto ponetene pochi ma buoni: Non dico di limitarvi ad uno solo; che anzi nella maggior parte dei casi sarà più prudente averne due o tre diversi. Ma non un esercito di vitigni! Non ripetete l’errore, purtroppo così frequente nei vecchi impianti, di far dei vigneti più variopinti del vestito d’Arlecchino. Pochi vitigni, ma buoni ho detto. E la bontà di un vitigno è tutta relativa. Sarà un buon vitigno quello che s’adatta alla vostra regione; ai sistemi di allevamento più convenienti per voi; che è capace di dar un prodotto di buona qualità e discretamente abbondante e costante. Badate che non a caso ho messo prima la buona qualità: Purtroppo in questi ultimi tempi la qualità è stata sovente sacrificata alla quantità; ed è stata questa una delle principali cause di quelle terribili crisi dell’abbondanza che si sono rese così tristemente famose in tutt’Italia. Nella scelta dei vitigni, pensate anche se non vi convenisse piuttosto produrre uve da tavola anziché da vino. Quanto dovrei parlare sulla coltivazione delle uve da tavola! E come vorrei insistere per farvi comprendere tutta l’importanza che oggi essa ha per noi! Ma il tempo mi costringe a limitarmi al consiglio di pensare un po’ più seriamente che non in passato a questa coltivazione, visto che essa dovrà diventare sempre più redditizia, visto che va sempre aumentando la richiesta di uve da tavola in Italia e all’estero. A questo riguardo debbo però avvertirvi che non dovrete lanciarvi così a casaccio nella coltivazione delle uve da tavola, senza prima esservi resi conto della possibilità di poterla esercitare con profitto. E questa possibilità dipende, non solo dalle favorevoli condizioni naturali, di clima e terreno, della località dove voi vi trovate, ma anche dalle sue condizioni economiche, e cioè dalla possibilità di poter bene organizzare il commercio di queste uve. Si tratta di un prodotto molto delicato e che per lo più si deve vendere il più rapidamente possibile. Ora, se questa vendita non si può fare in luogo, voi dovete pensare se potrete facilmente organizzare il trasporto di queste uve sino ai centri di consumo. Il che di solito non si può fare convenientemente, se la quantità di uva da spedire non raggiunge una certa importanza. Scelto il vitigno o i vitigni pel vostro futuro vigneto, restano da risolvere altri problemi. Quale sistema di coltivazione e di potatura vorrete adottare in tale vigneto? Ed anzitutto: vorrete fare della viticoltura specializzata o della viticultura consociata?: Questione molto interessante, questa: Si dice viticultura specializzata quella in cui la vite è l’unica pianta coltivata nel vigneto, ed ogni altra pianta, erbacea o legnosa, viene esclusa: Fino a qualche tempo fa, i migliori viticultori erano quasi dei fautori di questa specializzazione: Oggi non è più così. Perché? Perché oggi le condizioni della viticultura non sono più quelle di un tempo. Oggi il prodotto della vite difficilmente raggiunge prezzi molto rimuneratori; viceversa tendono a crescere i prezzi di molti altri prodotti agricoli, specialmente di piante erbacee; e crescono continuamente i salari di quella mano d’opera che per la viticultura è tanto necessaria. In queste condizioni, diviene evidente la convenienza di far posto nei nostri vigneti anche a qualche altra coltivazione, soprattutto erbacea. Quest’altra coltivazione ci obbligherà a lasciar nel vigneto interfila più larghi. Diminuirà così il numero delle viti nel nostro vigneto, ma questo ci darà anche altri prodotti, che ne innalzeranno il reddito non di poco. Non solo, ma con gli interfilari più larghi si renderà possibile l’adottare per molti lavori, specialmente al terreno, gli animali, risparmiando della mano d’opera, e diminuendo così sensibilmente le spese annuali. La viticultura consociata a piante erbacee si presenta dunque oggi, in generale, la più conveniente: Bisogna però scegliere bene queste piante erbacee. Alcuni coltivano fra i filari granturco e frumento: e basta. Pessimo sistema. Si rovina il vigneto e si ottengono dei miserabili raccolti di cereali. Il frumento può essere utilmente coltivato nei vigneti, ma quando lo si avvicendi con una buona leguminosa, per esempio, col trifoglio pratense. Avrete così dal vostro vigneto uva, grano e trifoglio: tre eccellenti prodotti; e nessuna delle tre coltivazioni ne soffrirà. Intendiamoci, però: non ne soffrirà, se non sarete avari di concimazioni, specialmente chimiche, al terreno. Occorre quindi che alla semina del grano voi somministriate cinque o sei quintali di perfosfato per ettaro, uno o due quintali di solfato di potassio e quattro o sei quintali di gesso (badate che son cifre approssimative1). Ed occorre anche che non seminiate il grano a ridosso delle viti, ma che lasciate, sopra e sotto la fila dei ceppi, una striscia di terreno nudo larga circa mezzo metro. Non c’è però solo il frumento col trifoglio che s’adatti alla consociazione con la vite. Vi sono altre foraggiere che possono benissimo alternarsi con il frumento negli interfilari. Tale è il trifoglio incarnato, tale è la veccia invernenga, tali le rape di foraggio. E anche alcune leguminose da granella potrebbero prestarsi benissimo a questa consociazione. Così le fave, così i piselli. Naturalmente ciascun di voi sceglierà quella pianta che meglio s'adatta al proprio terreno e agli interessi particolari della sua azienda. Ma la vite potrebbe essere consociata a piante legnose, e specialmente ad alcuni fruttiferi. Badate però qui di non voler troppo; perché, se pretenderete d’aver ad un tempo vigneto e frutteto probabilmente finirete col rovinare ogni cosa. Ma se nelle vostre vigne distribuirete con criterio e moderazione un certo numero di piante da frutto che meno danneggino con la loro ombra la vite, farete cosa molto opportuna per l’economia della vostra azienda. Le piante che meglio si prestano, nell’Italia settentrionale, a questa consociazione sono i peschi; assai meno indicati sono i peri e i meli. Nell’Italia meridionale s’usano invece utilmente fichi e mandorli. Scelto il sistema più conveniente di coltivazione, dovrete scegliere un buon sistema di potatura. Anche per questo è bene che decidiate prima d’incominciare l’impianto, per sapervi ben regolare nelle distanze a cui porre le viti. Parleremo un’altra sera della potatura. Per ora diciamo che questa scelta di un buon sistema di potatura dovrà essere fatta tenendo in conto anzitutto della natura e delle esigenze del vitigno; della natura del terreno e del clima; e delle condizioni economiche della località ( abbondanza o meno di mano d’opera; facilità di avere a prezzi convenienti sostegni adatti al sistema di potatura, possibilità di ottenere dalle viti prodotti di gran merito e di alto prezzo, o prodotti di largo consumo, ecc.) Ad ogni modo, badate sempre di scegliere un sistema che, pur consentendovi di ottenere abbondanti prodotti, non peggiori di troppo la qualità, per le ragioni espresse in precedenza. Risolto anche questo problema, potete incominciar davvero le operazioni d’impianto. Anzitutto, dovrete segnare i punti in cui porre le viti. Dovrete quindi decidere le distanze e la disposizione da dare al piantamento. Le prime dipenderanno soprattutto dal sistema di potatura, dalla vigoria del vitigno e dalla fertilità del terreno. Ad ogni modo, non esagerate nella fittezza del piantamento, soprattutto oggi in cui adopererete viti americane. Quanto alla disposizione del piantamento, questa deve essere più regolare che sia possibile. Le viti alla rinfusa dei vecchi vigneti sono incompatibili con la viticoltura moderna ed economica. Se il sistema di potatura richiede che le viti restino isolate ( come tanti alberelli), adottate una disposizione in quadrato o a quinconce. Se invece le viti devono essere allevate a filari, adottate filari equidistanti; se in piano, diretti da tramontana a mezzogiorno, se in colle, seguenti tante linee orizzontali, cioè perpendicolari alla massima pendenza. Una parola anche sull’epoca di piantare le viti. Potendo, è sempre meglio piantare in autunno. E difatti i buoni viticultori piantano in autunno nei climi caldi e anche nei climi freddi, tranne che proprio nelle località in cui l’inverno rigidissimo potrebbe far temere la morte delle piantine per il gelo. Dove si pianta in autunno, e si vuol essere sicuri che il freddo non danneggi le barbatelle, si coprono queste appena piantate con letame paglioso. O strame o foglie secche. Ho detto: le barbatelle. Qualcuno di voi potrebbe forse domandarmi se non è meglio piantar talee. Ho già altra volta accennato a questo punto: ripeto ora che, nella maggior parte dei casi, è più prudente piantar barbatelle da vivaio, meglio se già innestate ; cioè barbatelle americane innestate con le varietà europee che noi desideriamo. Badate che non dico : barbatelle europee. Ciò equivale a consigliare a voi tutti d’attenervi alle viti americane. Non già che proprio in ogni luogo sia oggi indispensabile piantar viti americane. V’è qualche caso in cui, per ragioni speciali, si ha motivo di credere che la fillossera non giungerà chissà per quanto tempo ancora; e in questi casi sarebbe inutile ricorrere alle viti americane: Ma….sono mosche bianche, questi casi, di cui è bene voi non teniate conto. Ed eccoci finalmente giunti all’operazione dell’impianto. Tutto sarà dunque pronto: Le vostre barbatelle innestate saran già sul posto, e non retore che piantarle. Non sarà male averle in precedenza lasciate immerse per qualche ora in acqua con disciolto un po’ di solfato di rame ( mezzo chilo per ettolitro). Ad ognuna di esse poi si taglieranno le radici guaste o ferite, e si accorceranno quelle sane. Nel punto in cui dovrà collocarsi la vite si apre una fossetta, avente una profondità un po’ maggiore di quella in cui deve porsi la barbatella, e sul fondo di essa si versa un po’ di letame ben maturo, che si copre di terra fine, disposta a formar una specie di cono. Su di questo si adagerà la barbatella, in modo che le radici riposino sulla terra fine; poi su di esse si verserà altra terra buona, che si comprimerà leggermente con le mani. Badate che la barbatella dovrà essere posta in modo che il punto d’innesto rimanga di cinque sei centimetri al di sopra del livello generale del terreno. Colmata la fossetta, si rincalza la barbatella fin sopra il punto d’innesto. Il tralcetto migliore della barbatella dovrà essere potato a poche gemme ( da una a quattro a seconda del sistema di potatura che si vuol adottare) e dovrà affidarsi ad un sostegno che sarà stato piantato a lato della barbatella entro la fossetta. Cos’ eseguito l’impianto, non resterà che prodigare alle giovani viti quelle cure che abbiam già ricordate per le giovani viti nei vivai; soprattutto non trascurare i trattamenti anticrittogamici che son di assoluta necessità; mantener pulito e soffice il terreno, sopprimere le radici che spuntassero sopra l’innesto e i succhioni che spuntassero al si sotto; sostenere i germogli che si svilupperanno dalla marza. Sarà pure importante in questo primo anno osservare se qualche vite è falsa; se qualcuna cresce male o muore, per poter sin dall’autunno del primo annuo eseguire le necessarie sostituzioni. Naturalmente, alla fine del primo anno alle giovani viti si dovrà fare una conveniente potatura, si da avere al più presto il nuovo vigneto in completo sviluppo e in buona produzione. Ad una prossima sera, dunque, l’argomento della potatura. STORIA DELLA FILLOSSERA Incomincia a puntate, l'avvincente storia della fillossera, raccontata dal Cavalier Prosdocimo : un piccolo, ma interessante, viaggio che ci porterà indietro di 80 anni, al 1930 avente per tema alcune nozioni base di viticultura.....la viticultura dei nostri nonni: gli impianti di nuovi vigneti, conseguenti all'attacco della fillossera....; la potatura secca della vite;la potatura verde vite; i lavori del terreno del vigneto ; la concimazione della vite ; i sostegni per la vite; le viti americane ; le avversità della vite......parlando sempre da Cavalier Prosdocimo ai suoi compaesani... CAPITOLO PRIMO Così andò che il Cavalier Prosdocimo.... Un brutto giorno si sparse nel paese una notizia, sussurrata da prima a bassa voce, e quasi segretamente; ma divulgatasi poi senza riguardi, allorché le persone più autorevoli del villaggio l'ebbero confermata. Ecco la notizia: nella vigna di compare Cecco s'era scoperta la fillossera. Una squadra di operai venuta dal capoluogo, insieme da una specie di professore per visitare i vigneti del comune, avendo sentito parlare di certe vite malandate nel podere di Cecco, aveva praticate alcune ricerche ai piedi di queste viti, ed aveva così fatta la triste scoperta. La notizia produsse grande impressione. Alla domenica soprattutto, i contadini, mentre aspettavano l'ora della messa, commentavano con abbondanza di parole e di gesti l'avvenimento inaspettato. E non nascondevano una viva preoccupazione. Si capisce: ormai anch'essi, per quanto non s'impicciassero di giornali e libri, sapevano che era in giro una bestiaccia, anzi una bestiuzza perché più piccola di una pulce, che s'impiantava nelle radici della vite e in poco tempo l’ammazzava. Finora questo flagello, che si chiamava Fillossera, non era comparso nei vigneti del comune. Ma adesso, improvvisamente, il male s'era trovato. Gran brutta cosa per il loro paese, che viveva, si può dire, del prodotto dei vigneti, perché ben poco poteva rendere le altre piante. E quindi la preoccupazione di quei buoni agricoltori non poteva essere più giustificata. S'aggiunga che, fino ad allora, in fondo in fondo essi credevano relativamente poco a questa terribile Fillossera. In fondo in fondo, ciascuno di loro aveva una segreta speranza che essa fosse un pò uno spauracchio, agitato da quei professori che vanno in giro,così, per darsi maggiore importanza. Ora invece che il nemico era in casa, provavano uno sbigottimento che si tradiva dagli occhi spaventati e dalle fronte corrugate. Frattanto però venne la vendemmia,che fu buona; e il lavoro febbrile da un lato, la consolazione di quella grazia di Dio portata al sicuro dall'altro, fecero un pò dimenticare il pericolo, e fecero quasi cessare le chiacchiere intorno ad esso. Non tutti però si quietarono così presto. V'era in paese un bravo proprietario, che da giovane aveva studiato agricoltura nelle scuole, poi era stato lunghi anni fuori per non so quale impiego, ed un bel giorno era tornato al suo villaggio, deciso a non più abbandonarlo ed a dedicare gli ultimi anni della sua vita interamente alle sue terre. Ed aveva fatto delle grandi novità, scaldolezzando dapprima i vecchi agricoltori del paese, facendo un pò ridere i giovani, ma alla fin fine guadagnandosi poi la stima ed il rispetto di tutti. Egli era in ottimi rapporti con quei tali professori che vanno in giro; andava sovente in città per consultarsi or con questo or con quello. e faceva viaggetti anche di vari giorni, per andar a vedere sul posto ciò che altri, che egli riteneva più progrediti di lui, facessero. n paese dunque il nostro Cavaliere Prosdocimo (così si chiamava il nostro proprietario) era ritenuto per uno che la sa lunga. Ciò non vuol dire che i contadini facessero come lui: essi dicevano sovente." eh!si, lei ha ragione; ma lei può far così perché? ? un signore e perché? a studiato; ma cosa vuol che possiamo fare noi, poveri zucconi?!". Fatto si che, dopo quel giorno della brutta notizia di cui abbiamo parlato, il Cavaliere Prosdocimo non stette con le mani nella cintola. Si seppe che era stato fuori paese qualche giorno; lo si vide ritornare con un signore dagli occhiali d'oro; venne sorpreso mentre ficcava dentro a dei sacchetti un pò di terra tolta qua e la dai suoi poderi, e si poté anche scoprire che quei sacchetti erano stati spediti ad una Stazione....quale Stazione? Mah! nessuno se ne ricordava; certo però non ferroviaria o tramviaria. Un bel giorno poi, a vendemmia finita, il sor Pasquale, cursore comunale nonché bravo viticultore, mentre se ne andava zufolando col suo famoso cane in cerca di tartufi, passando davanti ad un terreno del cavaliere, vi trovò una squadra di operai con vanghe e picconi che pareva volessero mettere a soqquadro tutto il fondo. Sulla proda del campo, Prosdocimo leggeva il giornale, fumando beatamente la sua bella pipa di schiuma. Che diavolo fa, Cavaliere? domandò Pasquale che, in fatto di campagna, era più curioso di una femmina. Mi preparo, rispose flemmaticamente Prosdocimo. Si prepara ? e a che se lecito? Alla guerra. Lei scherza Cavaliere. Non vorrà mica scavar trincee od impostar cannoni ? No,no state tranquillo: mi preparo a difendermi contro il nemico delle mie viti: contro la Fillossera Ah. Volevo dire! Mah! beato lei, che sa tutto e se la cava in tutto. Noi invece poveri diavoli..... ...ignoranti, zucconi; già già la solita storia. Ma, benedetti voi, con un pò di buona volontà potreste saperne più che a sufficienza per i vostri bisogni. Buona volontà! Presto detto: ma se incominciamo a prendere certi libroni che ha lei, che sembrano il messale del Pievano, noi non ci capiamo un acca. E poi ci vorrebbe ben altro tempo di quel che abbiamo. Vede, ci dovremmo avere, per queste faccende, un buon maestro, paziente ed alla mano, che c'insegnasse l'abicì di questa roba, come il sor Lorenzo insegna l'abbecedario ai nostri marmocchi. Non le pare ? Mah...fece il cavaliere, passandosi una mano sulla fronte e buttando indietro il cappello. E tacque pensando. La pipa si era spenta ed egli non se ne era accorto. Vedete, riprese dopo un pò di silenzio, io sarei ben felice di esservi utile, ma non vorrei poi sentirmi dire che voglio fare il sapiente, che voglio montar in cattedra. Se si trattasse di far qualche conversazione, da buoni amici, su ciò che è la viticultura del giorno d'oggi, io sarei sempre dispostissimo : ma, badiamo, non crediate che io voglia fare il professore, oibò! Qualche volta verrà quassù il nostro bravo professore ambulante a far conferenze, ed egli vi dirà ciò che non vi dico io. Io non voglio dunque rubar il mestiere a nessuno. Ma le pare, Cavaliere? Lei farebbe un'opera buona, lei si renderebbe il benefattore di tutti noi.... E allora ci penseremo, va bene ? Ci pensi Lei. Quanto a noi, non abbiamo che da accettare e ringraziare. E, se Lei si decide, non ha che da dirmi una parola. Al resto penso io: non son cursore per niente. CAPITOLO SECONDO Era trascorsa una decina di giorni dal colloquio che abbiamo riferito. Verso le otto si sera, un gruppo di una decina di persone si avviava,chiacchierando verso la casa del Cavalier Prosdocimo. Chi avesse voluto spingere la sua curiosità fino a conoscere i componenti del gruppetto, avrebbe potuto notare in prima linea il sor Pasquale, che si sbracciava con una creta importanza, il sor Lorenzo, maestro comunale, il sor Antonio, conciliatore da tempo immemorabile, compare Cecco – quello della Fillossera - ; il sor Andrea, ufficiale postale, ufficiale postale nonché proprietario di vigneti, altri tre o quattro bravi viticoltori del paese,vecchi e giovani e infine , in mezzo a tutti il prevosto: un buon Parroco di campagna, che curava non solo le anime a lui affidate, ma anche la terra della prebenda. Alle otto e mezza, tutti erano riuniti attorno ad una larga tavola nella sala da pranzo del Cavaliere. Un caminetto spandeva intorno il tepore e l'allegria d'una bella fiamma, una bottiglia polverosa in mezzo alla tavola diceva subito che la brigata amichevole non era....antialcoolica. Dopo le prime chiacchiere di circostanza ed un bicchiere di vino di introduzione, il cav. Prosdocimo incomincio: Se vogliamo intenderci bene sin dal principio,ci converrà iniziare le nostre conversazioni da un primo punto, che forse a voi parrà un po' duro, e forse neanche necessario, e che io invece so che è assolutamente indispensabile: voglio alludere alla conoscenza della vite non come cultura ma come pianta. Un professore direbbe: bisogna incominciare dalla botanica della vite. Dico subito che sarò più breve e più semplice che sia possibile. E vi raccomando di non spaventarvi se in questa prima sera dovrò tirar fori delle parole un po' difficili: ci vuole pazienza, e bisogna accettarle come sono. La vite dunque appartiene ad una famiglia di piante, a cui i botanici hanno dato il nome di Ampelidee. Di queste piante, molte non hanno alcuna importanza per noi: quindi non ne parleremo;altre invece ci interessano molto da vicino. Quest'ultima son le specie del cosiddetto genere Vitis ( non vi impressionate di qualche po' di latino!). Una di queste specie è dai botanici chiamata Vitis Vinifera. Fate tanto di cappello ad essa : poiché precisamente questa è la vite coltivata da tempo immemorabile da noi, in Italia e nelle altre nazioni in Europa. Tuttee le varietà di viti che voi conoscete, che già eran coltivate dai nostri vecchi,son tutte della varietà della Vitis Vinifera o vite europea. Oltre a questa vite europea, vi sono varie altre specie di viti: alcune di esse americane, altre asiatiche. Fra le prime, troviamo delle viti che hanno oggi grandissima importanza per noi: precisamente per difenderci dai disastri della fillossera. Ed è per ciò che noi dovremmo conoscere almeno le principali tra esse. Per ora però andiamo avanti. Chi di voi desiderasse conoscere i nomi delle varie specie del genere Vitis, può osservare dopo con suo comodo, il quadro qui contro, dove troverà tutti i nomi di queste specie, e le regioni dove esse vivono allo stato naturale. Vediamo quindi di guardare un po' da vicino la vite in generale e di intenderci un po' sulle sue varie parti , od organi. Cominciamo DALLA RADICE Nella vite, come in qualsiasi pianta coltivata, troviamo anzitutto la radice, che normalmente sta nel terreno. Se noi osserviamo questa radice, vediamo che, grossa e legnosa presso la superficie del terreno, va facendosi sempre più sottile e delicata man mano che s'approfondisce e si allontana dal ceppo. Arriviamo così alle ultime ramificazione di essa, munite di esili peli,detti appunto peli radicali. Badate che queste ultime più sottili radichette fornite di peli sono le più importanti per la nutrizione della pianta. Questa infatti non assorbe già gli alimenti con la parte più grossa della radice, ma con queste ultime minuscole barboline. Questo è bene che ricordiate sempre, per tutto ciò che ci diremo in seguito. Un particolare che è bene notiamo fin d'ora, a proposito delle radici, è questo: se voi osservate come si presentano le radici nelle varie specie di viti, voi trovate delle differenze notevoli. Differenze non solo dello sviluppo, che può essere più o meno grande, ma differenze assai sensibili nella disposizione, e precisamente nell'angolo che le radici secondarie o laterali fanno con quella principale o con la linea verticale. In alcune specie, queste radici laterali fanno con la verticale un angolo molto largo, in altre molto stretto. Ciò ha la sua importanza, perché le viti che presentano quest'angolo (detto geotropico) molto largo, soffrono assai più la siccità di quelle che lo presentano molto stretto. IL FUSTO La radice si continua nel fusto, il quale normalmente sta fuori terra. Anche il fusto può nella vite presentare dimensioni ed aspetto molto diversi. Ad ogni modo, chiameremo ceppo la parte di esso più grossa e più vicina al terreno; branche le parti in cui il ceppo si divide; tralci i rami di un anno di età che si inseriscono sulle branche; germogli le ultime terminazioni, ancora erbacee del fusto. Se osserviamo un tralcio, vediamo che esso è diviso in tante porzioni da certi ingrossamenti, che sono i nodi; le porzioni stesse si dicono internodi o meritalli. Se voi spaccate perla sua lunghezza un tralcio, trovate che all'esterno presenta la corteccia, al disotto di questa il legno, all'interno una parte molla che è il midollo. Però questo midollo s'interrompe in corrispondenza dei nodi, lasciando una porzione più dura, legnosa, che si dice diaframma. LE GEMME Sui nodi poi vedete certi corpiccioli, di forma conica, che sono le gemme o , come voi li chiamate, gli occhi. Bisogna che facciamo in proposito qualche distinzione. La maggior parte di queste gemme non si aprono e non vegetano che alla primavera seguente: sono le cosiddette gemme dormienti, e sono le più importanti. Badate che sopra un nodo voi vedete distintamente una sola gemma dormiente; é la gemma principale, ma oltre ad essa ve ne sono delle altre, nascoste, che non si aprono che nel caso venga distrutto il germoglio della gemma principale: sono le gemme di rimpiazzamento o di contr'occhio. Oltre a queste gemme dormienti, abbiamo però delle gemme pronte. Queste ha la proprietà di schiudersi vegetare nell'anno stesso in cui si son formate, dando un germoglio , chiamato femminella, che per lo più è inutile a noi. Infine bisogna ricordare che sul ceppo e sulle branche si trovano, nascoste dalla corteccia, qua e la delle altre gemme, che si sviluppano solo in certi casi: ci sono le cosiddette gemme latenti, ed i germogli che da esse spuntano si dicono succhioni o bastardi, e si distinguono per essere quasi sempre infruttiferi. LA FOGLIA Sempre sui nodi dei tralci si inseriscono le foglie. Sono queste degli organi importantissime per la vite, poiché, assieme alle radici, esse pensano al nutrimento della pianta. Molto ci sarebbe da dire intorno ad esse, ma noi ci limiteremo a pochissime parole. Come voi sapete le foglie della vite presentano un gambo o picciuolo, che può essere più o meno lungo; ed una lamina o lembo, che può essere di grandezza o di forma assai diversa. Talvolta è quasi rotondo, o intero; più sovente ha certe intaccature nel contorno, dette seni,ed allora appare diviso in più porzioni, dette lobi. Se questi sono tre , la foglia si dice tribolata; se sono cinque pentalobata. I seni possono essere poi più meno aperti o chiusi: molto interessante, a questo riguardo è il seno che trovasi all'attacco del picciolo ( seno peziolare ). Un carattere della foglia a cui bisogna badare è la presenza o meno di peli sulla sua pagina inferiore. Se non ci sono affatto peli , la foglia decisi glabra. Se ce ne sono pochi , dicesi pubescente; se molti tomentosa. Ho detto che la foglia ha una grande importanza per la nutrizione della pianta. Essa infatti compie tre lavori diversi: respira,come le altre parti della pianta, come gli animali e come noi; traspira, cioè emette all'esterno l'eccesso di acqua contenuto nella pianta; assimila un corpo detto carbonio, che essa toglie da un gas contenuto nell'aria, che chiamasi, “anidride carbonica”. Quest'ultimo lavoro, che è precisamente quello che serve alla nutrizione della pianta, le foglie non lo compiono però che alla luce solare e con una temperatura abbastanza alta. I CIRRI Altri organi della vite che troviamo inseriti sui nodi dei tralci, ma opposti alle foglie, sono i cirri o viticci. Son questi delle specie di filamenti, che, avvolgendosi ad un sostegno qualsiasi, aiutano la vite a mantener alte da terra le varie parti del suo fusto, il quale non avrebbe resistenza sufficiente per stare da se. Nella stessa posizione occupata dai cirri, vale a dire sui nodi, opposti alle foglie, trovansi i grappoli. Quando dico grappoli, possiamo alludere ai fiori o ai frutti. Incominciamo adire due parole sui fiori. I FIORI Nella vite , i fiori trovansi riuniti in gran numero, portati da n asse ramificato, e nel loro insieme costituiscono appunto il grappolo. Ogni fiore di vite presenta le seguenti parti: all'esterno, si trova una specie di minuscola coppa, di color verde che è il calice, formato da cinque piccoli sepali. All'interno del calice trovasi la corolla, formata da cinque petali, pure verdi. Quando il fiore è ancora chiuso,essa costituisce una specie di cuffia, poiché i petali sono saldati superiormente. Ma quando il fiore è maturo, questi petali si avvolgono su se stessi verso l'alto e la corolla cade. Allora appaiono cinque filamenti terminanti con una specie di capocchia:sono gli stami od organi maschili con le antere. Esse contengono una polverina gialla che è il polline, o elemento maschile. Fra gli stami trovasi un organo verde, che nella forma ricorda un po' una pera o un fiasco: è il pistillo od organo femminile con una parte inferiore detta ovario, contenente per lo più quattro ovuli; una mediana, che è lo stilo; una superiore che è lo stigma. Gli ovuli fecondati dal polline , si trasformano in semi, mentre l'ovario si trasforma in frutto. E' importante osservare che di solito il polline di un fiore non feconda il pistillo dello stesso fiore. Per lo più nella vite la fecondazione è incrociata, e cioè il polline di una vite, trasportato dal vento o da insetti, va a fecondare i pistilli di un'altra. Ed ancora devo aggiungere che non sempre i fiori della vite hanno tutte le parti che vi ho nominate. Abbiamo dei fiori senza pistillo: sono i cosiddetti fiori maschili. Essi contengono il polline, che può fecondare altri fiori; ma non potranno mai trasformarsi in frutto, mancando l'organo femminile. Infine possiam trovare dei fiori femminili, nei quali gli stami esistono, ma invece di esser lunghi e diritti, sono corti e rivolti in basso. Il polline di questi stami è molto meno fecondo di quello dei fiori ordinari (ermafroditi), ed è perciò che in più di un caso la fruttificazione in queste viti è meno sicura che nelle viti comuni. IL FRUTTO Passiamo al frutto. Ho detto che gli ovari fecondati diventano frutti. Voi sapete che nella vite questi sono degli acini o bacche, riuniti in grappoli. Questi possono essere più o meno grandi, serrati o spargoli (cioè con gli acini distanti fra di loro), cilindrici, piramidali, semplici od alati (cioè con dei grappolini laterali a fianco di quello principale). Gli acini possonopoi essere di grandezza varia, rotondi, sub rotondi (cioè non esattamente rotondi), ovali ellissoidi o allungati. La buccia può essere più o meno spessa, ricoperta più o meno abbondantemente di quella tal polverina cinerea, che dicesi pruina. All'interno, l'acino contiene una polpa più o meno carnosa o sciolta, nel mezzo della quale si trovano i semi o vinaccioli. I SEMI I semi, o vinaccioli, normalmente dovrebbero essere quattro, ma sovente qualcuno di essi è abortito. Talora mancano tutti: allora gli acini si dicono apireni. Ogni vinacciolo ha una forma d'una piccola pera, con una estremità appuntita, che dicesi becco; una depressione sul dorso che dicesi calaza; un cordone che parte da questa calaza e va a terminare sulla faccia ventrale, il quale chiamasi rafe. Nell'interno i vinaccioli contenuti contengono un'abbondante sostanza oleosa, che dovrà servir di nutrimento alla tenera piantina allorché il seme germinerà. Questa piantina si originerà dalla parte essenziale del seme: cioè dell'embrione. E con questo, amici miei, concluse il cav. Prosdocimo, noi abbiamo dato uno sguardo,sia pure sommario, ma certo un po' più attento di quel che di solito voi non facciate, alla pianta che tanto ci interessa. Per questa sera basta, perché non voglio cominciar col farvi fare …..un'indigestione. A ben rivederci, dunque, e buona notte! CAPITOLO TERZO La nostra comitiva si ritrovò attorno alla tavola del Cavaliere due sere dopo. Molto opportunamente egli aveva infatti stabilito che le loro riunioni viticole dovessero sempre alternarsi con un giorno di riposo: prima per sua comodità, che egli aveva anche un crocchio di amici al circolo da soddisfare; in secondo luogo, perché si immaginava che in quel giorno d'intervallo i suoi ascoltatori meglio potessero “assimilare” i suoi insegnamenti; in terzo luogo, perché tra questi suoi allievi improvvisati v'era qualche giovanotto di vent'anni, il quale aveva anche gli altri doveri …....da giovanotto, ed il Cavaliere ci teneva a mantenersi in buona armonia con le ragazze del villaggio. Ritrovatisi dunque tutti alla solita ora, e toccato una volta con i bicchieri, il Cavaliere cominciò: Stassera, amici miei, dobbiamo fare un passo avanti. Abbiamo conosciuto la vite; ora ci resta a conoscere l'ambiente in cui questa piante viene coltivata. Voglio dire che stassera dobbiamo occuparci del clima e del terreno adatti alla vite. Il clima. Che cosa é? Cosi alla buona possiamo definirlo l'insieme risultante dalla temperatura, dalla luce, dall'umidità e dai vari fenomeni atmosferici d'un determinato luogo. Studiare il clima del nostro paese, per esempio, equivale a studiare qual'è la temperatura che in esso si riscontra nei vari periodi dell'anno; quanti sono i giorni sereni o nuvolosi; quali quelli in cui piove o nevica; quali sono i venti che predominano, ecc. Mi sono spiegato? Il clima, dunque, ha la massima importanza per la vite:Questa pianta è molto esigente soprattutto in fatto di calore e luce. E difatti, mentre voi trovate che molte piante erbacee, foraggiere e cereali, si coltivano dall'Africa sino alle terre polari, dalle rive del mare sino a notevoli altezze sui monti, trovate invece che la vite occupa delle regioni ben determinate, al difuori delle quali, all'aperto, non può essere coltivata, o, ciò che per noi fa lo stesso, non può dare un buon prodotto. Ho detto: essa é esigente in fatto di calore. Non starò qui a riempirvi la testa di cifre: mi basta in poche parole farvelo comprendere. Nei luoghi dove d'inverno il freddo è troppo intenso, la vite può essere uccisa dai geli. Dove l'estate è terribilmente caldo, la vite può essere uccisa da colpi di sole. Ma, senza arrivare a questi estremi, dove il clima non presenta una quantità di calore sufficiente e non eccessiva durante l'anno, la vite non matura il suo frutto, o questo non po' assumere n valore commerciale. Soprattutto il calore durante i mesi estivi ha importanza per la qualità del prodotto. Questa è cosa nota in pratica anche a voi. Ma non meno che di calore la vite ha bisogno di luce. Nei luoghi dove il cielo si mantiene a lungo coperto da nubi durante la buona stagione, la vite cresce male e dà prodotti scadenti. Nelle posizioni ombreggiate per qualsiasi ragione, s'ottengono uve molto acide e poco dolci: i vini riescono agri e leggeri. Nelle annate in cui i mesi di luglio, agosto e settembre corrono molto sereni, con molte giornate di sole, voi sapete che si fanno dei vini generosi e potenti: di quelli che si conservano per le grandi occasioni e che fanno onore alla nostra cantina! Anche se si tratta di uve da tavola, la luce ha grande importanza: voi tutti avete visto che differenza di colore c'è fra le ve maturate in posizioni ben soleggiate, e quelle mantenete sempre all'ombra, nascoste ai raggi del sole. Dunque: diamo luce alla vite. Non diamo invece alla vite troppa umidità: mentre infatti essa vole molto calore e molta luce, preferisce piuttosto stentare che …...sguazzare nell'umidità. Sono poco adatti alla vite quei luoghi dove piove sovente e con abbondanza; dove le nebbie sono frequenti; dove le acque che cadono dal cielo, invece di smaltirsi rapidamente, permangono, lasciando umida l'aria presso il suolo. In queste condizioni, le viti si rivestono di pampini rigogliosi: ma l'uva o è scarsa, o se anche abbonda è poco saporita, poco zuccherina, sembra.....annacquata. Per di più in tali condizioni trionfano le malattie, sulle radici, sui tralci, sulle foglie sui grappoli, e il povero viticoltore non sa più da che parte rifarsi. Dannose sono ancora le piogge insistenti all'epoca della fioritura e della vendemmia: e voi lo sapete meglio di me. Ecco dunque perchè ho detto: meglio che la vite abbia poca umidità a sua disposizione. Ma badiamo: poca non vuol dire “troppo poca”; perché se poi l'umidità è deficiente per i bisogni della vite, allora questo prova altri disturbi: può dissecarsi tutta d'un tratto, come colpita da un accidente; può presentare alla vendemmia dei grappoli striminziti da far pietà, e di sapore detestabile, perchè in essi non s'è potuto accumulare lo zucchero come nelle condizioni normali. Dunque diremo: alla vite occorre un giusto grado di umidità, piuttosto qualcosa in meno che qualcosa in più. Occorre però, e questo si deve aggiungere, che questi tre fattori del clima: calore, luce e umidità, stiamo fra loro in giusto equilibrio, perchè in quei luoghi o in quelle annate in cui questo giusto equilibrio non v'è, le cose van male pel viticolture, il quale, a vendemmia finita, si trova o con poco raccolto, o con un prodotto di qualità scadente. Non vi parlo ora di altre particolarità riguardanti il clima, perchè, se mai, ne dirò qualcosa in altro momento, quando ci occuperemo delle avversità della vite. E passo invece al terreno. Che questo abbia importanza per la vite è superfluo dimostri a voi, che siete pratici di questa pianta. Non per nulla compare Cecco è tanto addolorato per la fillossera che gli han trovato nella sua vigna di Altavilla: perchè proprio quel terreno è famoso in tutto il paese per i vini meravigliosi che produce. ( Qui compare Cecco non poté a meno dallo scuotere ripetutamente il capo in segno di approvazione, con un mezzo sorriso sulle labbra e una mezza lacrimuccia su un occhio). Dirvi da che cosa dipenda questa bontà del terreno per la vite non sarebbe cosa facile: più facile sarebbe dire quali sono i terreni cattivi per la vite. Sono cattivi terreni , inadatti a questa pianta, quelli troppo compatti, troppo ricchi di quella sostanza nerastra, molto fertile, che i professori dicono sostanza organica; quelli troppo umidi......In generale tenete a mente che i buoni terreni da prato sono cattivi terreni da vigna. In essi la vite o produce poco, o produce molta robaccia che vi disonora in cantina. E siccome questi terreni sono più frequenti nei fondi valle e nelle pianure, che non sui pendii delle colline, così, in generale, la vite, come già dicevano gli antichi, si trova meglio al colle che al piano, o almeno, al colle dà prodotti assai migliori che al piano. Naturalmente, quando si parla dei colli non si deve pensare ai monti; che, al disopra d'una certa altitudine, variabile a seconda dei luoghi, la vite non si trova più a suo agio, e può anche non maturare più il frutto. Non è infine inutile aggiungere che, in terreni di collina, la vite prospererà in misura diversa, a seconda dell'esposizione di questi terreni. Tutti voi sapete che dai vigneti esposti a mezzogiorno si ottengono, in generale, dei vini migliori che da quelli esposti a mezzanotte; voi sapete che dopo quelle esposte a mezzogiorno vengono le esposizioni di ponente, e poi quelle di levante. Ed è ancora bene ricordare sempre che in queste ultime son più da temere che nelle altre i danni da brinate primaverili. Di ciò bisogna tener conto anche nella scelta dei vitigni da coltivare, evitando di piantare, in quelle condizioni, dei vitigni che germoglino molto precocemente. Se alle qualità e condizioni del terreno han sempre badato i migliori viticoltori anche nei tempi passati, a più forte ragione e per motivi ben più gravi dobbiamo badarvi noi oggi. Alla natura del terreno è indispensabile por mente oggi in cui la maggior parte dei nuovi vigneti s'impiantano con viti americane. A questo punto, l'auditorio del Cavaliere, che aveva sempre mantenuto il più rispettoso silenzio, manifestò una certa irrequietezza. Si sentiva distintamente la voce di compare Cecco, il quale, benché sommessamente, si consultava col maestro, suo vicino di posto. Al Cavaliere non isfuggi questo tentativo di colloquio. E prontamente intervenne domandando con garbo a Cecco il motivo della sua interruzione. Lei deve scusarmi, disse Cecco un po' imbarazzato, ma questa delle viti americane io non riesco a mandarla giù. E se m'inquieto, si è perchè proprio nel mio podere di Altavilla quei signori, che vi han trovato la fillossera, ora vorrebbero spiantar le mie vecchie viti per mettere, al posto di queste, delle viti americane. Questo, secondo me, è una birbonata! E io non mi rassegnerò mai alle eccellenti bottiglie che finora ho ricavato da quella mia vigna, per quel vergognoso vino d'uva americana, con quell'orribile odore di fragola, che io detesto. Calmatevi, calmatevi, buon amico mio, riprese sorridendo il Cavaliere; nessuno vi vuol far rinunciare ai vostri vini portentosi, che noi tutti vi invidiamo. Anzi, è proprio perchè possiate continuar a produrli che vi consigliamo di metter viti americane. Veramente, io non volevo parlarvi ora di ciò. Ma voi, scusate, volete mettere il carro davanti ai buoi. Ebbene, visto che è bene c'intendiamo subito su questo punto, per tutto ciò che dovremo dire in seguito, incominciamo pure da queste benedette viti americane. Non però questa sera, perchè voglio mantenermi fedele alla promessa di non annoiarvi né stancarvi. Alla prossima volta, dunque. Allora parleremo di quella terribile fillossera e delle viti americane. A ben rivederci. CAPITOLO QUARTO Due sere dopo i nostri amici si trovarono a casa del Cavaliere anche prima dell'ora. Senza volerlo far apparire, ciascuno in segreto aveva una certa impazienza, un po' d'ansia mal repressa, di conoscere finalmente quel perfido nemico delle loro viti, che sapevano chiamarsi fillossera. Ed il Cavaliere non volle tenerli a lungo in sospeso; appena li vide al completo incomincio: Stassera dunque parleremo innanzi tutto della Fillossera: di questo minuscolo ma pur così terribile animaletto, che ha sconvolto tutta la viticultura d'Europa, e che ci obbliga a mutar tante pratiche di questa coltivazione. Nel 1868, nel mezzogiorno della Francia, tre professori, incaricati di studiare certe viti che deperivano ed anche morivano per un male ignoto e misterioso, scoprivano sulle radici di tali viti un piccolo insetto, una specie di minuscolo pidocchio, che stava aderente a quelle radici, e causava alle vite danni gravissimi, mortali. Studiato questo insetto veniva denominato Phylloxera vastatrix, e veniva riscontrato identico ad un altro, che era già stato osservato, e descritto con un altro nome, nell'America del Nord. Anzi, in seguito si poteva dimostrare in modo irrefutabile che la Fillossera trovata in Europa proveniva appunto dall'America, importata da laggiù insieme alla viti americane. Vediamo un po' come vive questa fillossera. Spiegarvi per filo e per segno il suo modo di presentarsi e di svilupparsi non è certo semplice, ne potrei aver la pretesa di farmi ben comprendere da voi. Mi limiterò dunque a dirvi che la fillossera non ha sempre la stessa forma ne le stesse abitudini. Abbiamo infatti fillossere che vivono nelle foglie della vite , delle altre che vivono sulle radici; ne abbiam di quelle che hanno ali, ed altre che ne sono prive; abbiam delle fillossere maschili e di quelle femminili, e di quelle ….come dire ? Che non son ne l'una ne l'una cosa ne l'altra ( gli scienziati le chiamano partenogeniche). Come vedete, ce n'è per tutti i gusti, Importa poi che sappiate come la fillossera si sviluppi e si moltiplichi con una rapidità spaventosa, tanto che in una anno si possono contare molte generazioni di questo malaugurato insetto. Se vi dovessi descrivere il modo tipico di sviluppo della fillossera (quale lo troviamo sulle viti americane), dovrei incominciare da un uovo, che per essere stato deposto in autunno ed aver passato l'inverno, si dice appunto uovo d'inverno. Esso schiudendosi a primavera, da vita ad una fillossera che si porta sulle foglie della vite e che è il punto di partenza di tutta una serie di generazioni, per cui vien chiamata fondatrice. Da questa poi nascono altre fillossere, di cui la maggior parte va sulle foglie, e qualcuna invece discende sulle radici. Le prime si chiamano gallecole, perché sulle foglie producono certe escrescenze dette appunto “ galle”. Queste fillossere hanno una forma tondeggiante, un color giallo chiaro, e sono prive di ali. Le loro dimensioni superano di poco un millimetro. In pochi giorni esse subiscono quattro mute ( paragonabili a quelle di un baco da seta), divengono adulte, e ricominciano a moltiplicarsi. Figuratevi che ognuna di esse può deporre da 500 a 600 uova, e che in un anno di queste gallecole si possono avere fino a 8 generazioni! Le uova delle gallecole non danno però tutte nuove gallecole. Fra le gallecole si sviluppano anche delle radicicole, cioè quelle fillossere che vanno sulle radici della vite. Queste radicicole differiscono dalle gallicole non solo per il loro diverso stile di vita, ma anche per la forma del corpo, che è alquanto più allungata e che presenta varie file di caratteristici bitorzoli sul dorso. Le dimensioni sono pressappoco uguali a quelle delle gallecole. Mancano pur esse di ali. Anche le radicicole depongono numerose uova: meno però che le gallecole; anch'esse si succedono per diverse generazioni all'anno. E' però interessante osservare come, fin dal principio dell'estate, alcune di queste radicole si differenzino dalle altre per certe particolarità. Senza dilungarmi, dico subito che, dopo varie mute, alcune radicicole si trasformano in fillossere alate, a differenza delle forme che abbia visto sinora, che erano tutte prive di ali. Queste alate hanno una forma caratteristica: viste con una lente sembrano delle minutissime cicale. Ma badate! Ho detto minutissime, perché in tutto non superan di molto la lunghezza di due millimetri. Esse depongono sul tronco della vite poche uova ( di solito non più di 7 o 8 ). Da queste uova nascono delle fillossere sessuate, cioè dei maschi e delle femmine. Le sessuate, che son prive di ali, a loro volta depongono un uovo, che resta attaccato alla corteccia dei ceppi, e che passa l'inverno in riposo: E' quel cosiddetto uovo d'inverno da cui siamo partiti. Come vedete lo sviluppo della fillossera è assai complicato. Esso però, sulle viti europee soprattutto, subisce delle semplificazioni. Manca, per esempio, normalmente la forma gallecola; manca pure sovente la forma sessuata. In questo caso manca quindi anche l'uovo d'inverno. Ma non dovete credere che l'uovo d'inverno sia indispensabile perché la fillossera possa tramandarsi da un anno all'altro. Al contrario, nella maggior parte dei casi, da noi la fillossera sverna sotto forma di radicole non adulte, che dalla primavera successiva proseguono il loro sviluppo, e ricominciano a moltiplicarsi. Conosciuto, così alla meglio il nemico con cui abbiamo a che fare,vediamo di conoscere anche i danni che esso produce alle nostre viti. Abbiamo detto che la fillossera può vivere sulle foglie e può vivere sulle radici. Evidentemente, le alterazioni che essa produrrà saran diverse nei due casi. Sulle foglie, come s'è accennato poco fa, la fillossera, in seguito alle punture che pratica col suo rostro, fa sviluppare certi rigonfiamenti caratteristici, detti galle fillosseriche. Queste galle non si devono confondere con altre, che possono essere prodotte sulle foglie di viti da altre cause. Le galle fillosseriche si distinguono nettamente perché sono come delle borse o saccocce sporgenti nella pagina inferiore e con l'apertura della pagina superiore delle foglie: apertura orlata da peli incrociantisi. Debbo però subito avvertire che queste alterazioni sulle foglie non hanno gravi conseguenze per la pianta. E se tutto si limitasse ad esse, la fillossera non sarebbe divenuta così tristemente famosa. Aggiungo che, come accennavo prima, queste galle sono molto rare sulle viti nostrane. Ma i danni veramente mortali che la fillossera produce sono sopra le radici. Se voi esaminate una radice di vite nostrana fillosserata, voi potete trovare due tipi diversi di alterazioni. Sulle radici più giovani e più esili , voi potete osservare certi singolari rigonfiamenti terminali, per lo più alquanto ricurvi, tanto da avere una lontana somiglianza con una testa di uccello. Son queste così dette nodosità, originatesi sulle radici in seguito alle punture della fillossera radicicola. Anzi, se avete buona vista e un po' di pazienza, non tarderete a scorgere di questi rigonfiamenti certi minuti puntolini giallicci, che si muovono in vari sensi: sono le fillossere che passeggiano sulle radici, e che di tanto in tanto si fermano per suggerne gli umori per mezzo del loro pungiglione. Se la fillossera si accontentasse di suggere quel po' di umori che le sono necessari, il male non sarebbe neppure tanto grave. Ma il guaio maggiore se è che ben presto, quei rigonfiamenti disseccano, o peggio marciscono, e verso la fine dell'estate cadono. Naturalmente le radichette che han perso in questo modo la punta non crescono più; e restano così arrestate nel loro sviluppo. Se ora voi supponete che sian molte le radichette così rovinate, voi capite come la pianta debba sentirne un disturbo non trascurabile. Ma le alterazioni più gravi e veramente fatali per la vite son quelle che la fillossera produce non sulle radichette più sottili ma sulle radici adulte. Son queste le cosiddette tuberosità fillosseriche. Esse si presentano come tante escrescenze tondeggianti, grosse poco meno di un grano di pepe. Durante l'inverno queste tuberosità van soggette al marciume, il quale non si arresta all'escrescenza, ma penetra nei tessuti della radice, sicché questa finisce per morire. Capirete che, trattandosi di radici adulte, le quali portano un gran numero di quelle radichette importantissime per la nutrizione della vite, il danno diviene gravissimo, perché tutto il sistema radicale della pianta può così venire distrutto. E' ciò che avviene nelle viti fillosserate da qualche anno. E con questo, naturalmente, si giunge alla morte della pianta. Questo modo di operare della fillossera, vi spiega anche il modo di presentarsi delle infezioni fillosseriche. Difatti, queste hanno un aspetto così caratteristico che, all'occhio pratico, non lascia dubbi. Un vigneto fillosserato presenta una specie di grande macchia d'olio, il cui centro è rappresentato da viti morte, ormai uccise dall'insetto, perché le prime ad essere attaccate; allontanandoci dal centro, troviamo viti deperite sempre meno man mano che ci portiamo all'orlo della macchia. Le viti più colpite hanno foglie fortemente ingiallite; le altre meno,fino a che si giunge alle viti ancora sane, con tutto il loro fogliame perfettamente verde. L'esame delle radici, poi, e la presenza di tuberosità, non lasciano più alcun dubbio. E così noi abbiam conosciuto la fillossera ed i danni che essa produce. Dovremo ora parlare dei rimedi.... Ma a questo punto il Cavaliere si interruppe, poiché si accorse che qualcuno del suo uditorio s'era addormentato! Questi era per l'appunto il signor Pasquale, il buon cursore del Comune. Accortisene i suoi vicini, egli venne bruscamente e poco gentilmente risvegliato. Il pover'uomo si scosse, spalanco un par d'occhi assonnati, e disse tutto mortificato: Oh Cavaliere la mi scusi! Ma per l'appunto oggi ho dovuto girar per tutto il territorio a portar certi avvisi del Comune......E adesso, con questo calduccio, m'ero appisolato. Creda che ne sono davvero desolato! Non fa nulla, non fa nulla, disse sorridendo il Cavaliere. Ciò però mi consiglia di sospendere per questa sera. Tanto più che v'ho dovuto riempir la testa con sta roba che non v'è certamente famigliare. E allora rimettiamo ad altra sera i rimedi contro la fillossera. Buona notte! CAPITOLO QUINTO Eccomi a parlarvi dei rimedi contro la Fillossera, cominciò senz'altro il Cavalier Prosdocimo. Voi potete ben immaginarvi se i viticoltori, all'apparire del flagello che pareva dover fare scomparire sino all'ultima vite, rimasero inerti, senza tentare di opporre qualche ostacolo al male! Fatto si è che ben presto di diedero a sperimentare i rimedi più svariati e più singolari. Il numero dei rimedi così tentati raggiunse in breve una cifra stupefacente. Figuratevi che, ad aizzar la smania degli inventori, s'aggiunse un premio della bagatella di 300.000 lire, promesso dal Governo francese a chi avrebbe scoperto un sicuro rimedio contro la Fillossera. Mi affretto a dirvi che finora nessuno si è beccato il premio. Ciò non vuol dire che rimedi contro la Fillossera non ve ne siano. Gli è che nessuno risponde veramente allo scopo: di uccidere cioè l'insetto senza danneggiare la vite. Unico mezzo che sia usato oggi per distruggere la Fillossera è il solfuro di carbonio: un liquido giallognolo, puzzolente, che, iniettato nel terreno, è capace di uccidere sicuramente tutte le fillossere che vi si trovino. Disgraziatamente, se usato in forti dosi, uccide anche le viti. Perciò il solfuro di carbonio, come metodo di cura dei vigneti fillosserati , non è adottato. Serve bene per soffocare le nuove infezioni che si scoprono , perché in tal caso si inietta nel terreno con appositi iniettori, in dosi di 300 gr. per mq.. S'uccide ogni cosa: fillossere e viti, ma frattanto si rallenta la marcia del nemico. Veramente, in dosi più moderate, il solfuro di carbonio potrebbe anche adoprarsi come metodo curativo: cioè in modo di non dover uccidere le viti. Ma questo metodo ha trovato poche applicazioni, perché non in tutti i terreni può dare buoni risultati, e perché importa una spesa annuale non indifferente. Furono tentati altri metodi di lotta contro la Fillossera. S'è pensato di annegarla, sommergendo il terreno dei vigneti fillosserati per due o tre mesi, a vendemmia finita. Ma neppure questo metodo può essere impiegato dappertutto, perché naturalmente occorre che i terreni siano perfettamente in piano ed occorre aver acqua in abbondanza. S'è visto che in certi vigneti costituiti da sabbia quasi pura la Fillossera non vive. E s'è pensato di piantar le viti in questi terreni. Ma anche questo è un rimedio che può trovar ben poche applicazioni. E allora come difendersi dalla Fillossera? Ve lo dico in due parole: con la viti americane. L'America ci ha portato il malanno; l'America deve per sua penitenza darci il rimedio. Fin dal principio della scoperta della Fillossera in Europa, s'era posto attenzione al fatto che in America molte delle viti selvagge della foresta resistevano egregiamente agli attacchi della Fillossera: sorse quindi fin d'allora l'idea di utilizzare queste viti resistenti per coltivarle nei nostri vigneti al posto di quelle nostrane, che soccombevano agli attacchi del parassita. Ma non crediate che le cose siano procedute con tutta facilità. Al contrario, la via ben presto si mostrò irta di difficoltà, e cosparsa di ostacoli imprevisti, di sorprese spiacevoli. Ci volle tutta la tenacia e la costanza degli scienziati che s'eran interamente dedicati a quest'impresa, di salvare cioè la viticoltura europea dalla Fillossera, per riuscire. Io non starò qua a farvi la storia della viticoltura americana. Ma dovrò pur accennarvi per sommi capi alle difficoltà principali che s'incontrarono e s'incontrano ad ogni passo in questo campo. E comincio dalla più grave. Le viti americane resistenti alla Fillossera hanno purtroppo la caratteristica di.......non produrre uva; o per lo meno di non dare un'uva di qualche pregio ne per la tavola ne per la cantina. E allora, a che pro coltivare tali viti? Ecco : tali viti possono riuscire veramente preziose per noi, quando su di esse noi innestiamo le nostre varietà europee, coltivate da tanti secoli per la bontà dei loro prodotti. Avremo così delle viti che han la parte radicale americana , resistente alla Fillossera; e la parte fuori terra europea, quindi capace di darci delle ottime uve. Qui sta tutta l'essenza della viticoltura moderna: innesto delle viti nostrane sulle viti americane. Ma perché questo possa ben riuscire occorre por mente a diverse circostanze. Anzitutto occorre chela vite americana che noi scegliamo si adatti all'innesto con le viti nostrane. Ora ciò avviene più o meno bene a seconda delle viti: giacché ne abbiam di quelle che si comportano molto male a questo riguardo, perciò dovranno naturalmente essere scartate. Occorre inoltre che la vite americana si adatti al terreno in cui noi vogliam coltivarla. Altra difficoltà molto grave questa da superare. Bisogna quindi bene studiare la natura del nostro terreno e poi scegliere quella vite americana che più ad esso si adatta. A proposito di terreno, bisogna osservare come la maggior parte delle viti americane che si prestano al nostro scopo di difenderci dalla Fillossera, mostri una grande sensibilità al calcare. Voi certo sapete che molti dei nostri terreni sono ricchi di quel materiale, simile per natura al calcinaccio, e che appunto dicesi calcare. In questi terreni le viti nostrane prosperano egregiamente; pressoché tutte le viti americane invece si trovano a disagio, e talvolta non riescono assolutamente a vegetare. Ben presto esse mostrano un ingiallimento delle foglie ed un deperimento generale; manifestano cioè una malattia che s'è chiamata clorosi. Voi capite che la cosa è grave, perché si salta dalla padella nella brace. Fortunatamente oggi conosciamo alcune viti americane che s'adattano anche ai nostri terreni calcari; ma appunto per questo dicevo che bisogna prima di tutto bene studiar la natura del terreno in cui vogliamo piantar un nuovo vigneto: per evitare sorprese tutt'altro che liete; per non essere costretti, come lo furono i primi viticoltori che ricorsero alle viti americane, a ricominciar da capo dopo pochi anni. Non è inutile aggiungere che, oltre al badar all'adattamento all'innesto al terreno, occorre tener sempre ben presente la resistenza della Fillossera delle viti americane che scegliete. Difatti non bisogna già credere che tutte le viti americane resistano agli attacchi del parassita. La comune Isabella o Uva fragola, ce voi tutti conoscete appunto sotto il nome di vite americana, per quanto ci venga da laggiù, non presenta affatto resistenza alla Fillossera. Anch'essa, come le viti nostrane, viene invece distrutta da quest'insetto. Altre viti americane resistono alquanto alla Fillossera; altre abbastanza; altre ottimamente. Ecco dunque un altro requisito essenziale da tener presente nella scelta delle viti americane. Come vedete, non è certo cosa da prendersi alla leggera. E poiché quando si fa un' impianto d'un nuovo vigneto s' ha intenzione che esso abbia a durare il più che sia possibile, così è necessario porre la massima attenzione nella scelta di queste viti americane. E sarà molto opportuno che voi vi poniate nelle mani di chi bene consce quest'argomento, e che seguiate i suoi consigli. Risparmierete tempo e denaro. A questo punto il prevosto domandò la parola. Il Cavaliere s'affrettò a lasciarlo parlare: Io vorrei sapere da Lei, che cosa mai sono quelle viti americane che ho sentito dire resistono alla Fillossera e nel tempo stesso sono produttive di buone uve. Ho capito di che si tratta, riprese il Cavaliere, sono i cosiddetti produttori diretti. Fin da quando si pensò di ricorrere alle viti americane per far fronte alla Fillossera, si pensò se non si potessero avere delle viti che ad un tempo resistessero al parassita e dessero senza bisogno dell'innesto un prodotto paragonabile a quello delle viti nostrane. Il problema è senza dubbio interessante e seducente. Fatto si è che numerosi e valenti studiosi si accinsero a risolverlo, soprattutto per mezzo dell'ibridazione artificiale. Parleremo in un altro momento di questa pratica: ora diciamo solo che, a furia di lavoro, son giunti ad ottenere direttamente, cioè senza l'innesto, molti vitigni, che resistono abbastanza alla Fillossera e danno un certo prodotto. Ma ho detto “ abbastanza” e “discreto”. Dunque non s'è ancor giunti alla meta. La resistenza sicura alla Fillossera, la bontà superiore del prodotto non si sono ancora ottenute riunite in un solo vitigno. Ciò non vuol dire che non vi sia qualche produttore diretto degno di essere coltivato. Ma questa convenienza c'è solo in casi speciali, come vedremo. Nella maggioranza dei casi vi converrà invece ricorrere alle viti americane veramente resistenti alla Fillossera, ed innestare su di esse quelle nostrane. Sarebbe necessario ora che vi parlassi un po' di questo innesto. Siccome però dovrei occuparmi anche degli altri modi di moltiplicare la vite, così rimettiamo tutto ad un'altra sera. Per questa volta basta; e andate a riposare. CAPITOLO SESTO Stasera dunque dobbiamo parlare della moltiplicazione della vite, incomincio il Cavaliere. Argomento che ha sempre avuto grande importanza, ma che più grande ancora ne ha oggi, in cui la Fillossera ci obbliga a rinunciare ai vecchi metodi ed a ricorrere invece ad altri, o nuovi del tutto, o notevolmente perfezionati da quello ch'erano un tempo. Io vi parlerò soltanto di ciò che oggi può realmente interessare. Ed incomincio col dirvi che la vite può moltiplicarsi in due modi ben distinti: per seme e per gemma. La moltiplicazione per seme, che consiste come ben capite, nel ricorrere ai vinaccioli dell'uva) è assai meno usata nella pratica viticola che non quella per gemma. Ed io non temo di sbagliare supponendo che nessuno di voi avrà mai pensato di piantar un nuovo vigneto...seminando i vinaccioli! Ciò che forse voi non sapete, si è l'effetto di questa seminazione della vite. Ed è per ciò che ve lo dico io in due parole. Moltiplicando la vite per seme voi ottenete una pianta che sarà vite, ma che potrà essere assai diversa nei caratteri dei tralci, delle foglie e del frutto da quello che era la vite che v'ha fornito i semi. Se, per esempio, voi avete preso i semi d'una vite di Moscato bianco, voi potete ottenere una vite che vi dia un'uva ne bianca ne a sapore moscato; potete anche ottenere una vite che non vi dia neppure un frutto qualsiasi. Capirete che la cosa non sarebbe per voi piacevole. Ed è per ciò che i viticoltori pratici come voi, per non esporsi a queste brutte sorprese, non ricorrono mai alla moltiplicazione della vite per seme. Ciò però non vuol dire che questo genere di moltiplicazione non abbia alcuna utilità ne alcuna importanza. Al contrario: esso oggi è usato su vasta scala da scienziati e da industriali, per certi scopi ben determinati. Se infatti la seminazione della vite ci da facilmente nuove varietà, non è affatto escluso che queste nuove varietà possano avere pregi speciali, anche superiori a quelli delle vite madri. Certo, a seminar così alla ventura i vinaccioli delle viti, sarà ben difficile, a meno d'aver una fortuna eccezionale, che si riesca ad ottener qualcosa di veramente buono; ma c'è modo di aumentare le probabilità di successo, ricorrendo ad una pratica speciale, che è l'ibridazione artificiale. Che cos'è questa ibridazione artificiale? E' un'operazione con la quale noi fecondiamo i pistilli dei fiori d'una determinata vite, con polline d'una vite d'altra varietà o specie. Noi facciamo cioè un incrocio ed il prodotto di questo incrocio lo chiamiamo ibrido. A quale scopo si fa tale ibridazione artificiale? Allo scopo di riunire in una sola vite i pregi della vite che fa da madre e di quella che fa da padre. Più precisamente, oggi si mira ad ottenere con l'ibridazione artificiale una vite ideale, che presenti tutte le virtù immaginabili: assoluta resistenza alla Fillossera, resistenza alle malattie crittogamiche, adattamento ai nostri terreni, anche calcari, fruttificazione abbondante e di buona qualità senza bisogno dell'innesto. Come vedete lo scopo è attraente ! Ed è per ciò che dalla fine del 1800 molti studiosi di buona volontà si son dati con fervore all'ibridazione della vite ed alla semina dei prodotti ottenuti, riuscendo così a creare un numero straordinario di nuovi vitigni. Sono veramente buoni questi vitigni? Lo scopo prefisso dagli ibridatori è stato raggiunto? L'ho già detto l'altra sera. Qualcosa di promettente si è ottenuto; ma la meta non è stata certo ancora toccata. Ad ogni modo , stasera abbiam detto di parlar dei vari sistemi di moltiplicazione della vite, e per ciò non è il momento di fermarci ad esaminare i risultati ottenuti dall'ibridazione. Mi limito ad osservare come non è certo la moltiplicazione per seme quella che sarà da voi usata nella pratica, e per ciò non mi fermo a parlarvene, ma vado avanti. La moltiplicazione per gemma è veramente quella che interessa i viticoltori pratici. A differenza della precedente, questa ha la caratteristica di riprodurre esattamente i caratteri della pianta madre. E questa è la proprietà che la rende tanto preziosa nella pratica. Quando dico moltiplicazione per gemma voglio però intendere numerosi e svariati tipi di moltiplicazione della vite. In tutti s'utilizza un pezzo di tralcio fornito di una o più gemme: donde il nome di moltiplicazione per gemma. Vediamone i principali. Uno dei più importanti è costituito dalla talea. Per tale intendiamo semplicemente un pezzo di tralcio di un anno munito di due o più gemme. Se manca completamente il legno vecchio, la talea si dice ordinaria; se alla base della talea si trova invece un pezzo di legno di due anni, la talea prende nome più propriamente di magliuolo. La prima forma però è la più usata. Ed essa costituisce certo il modo più diffuso di moltiplicazione della vite: Qualche consiglio intorno a queste talee non sarà quindi inutile. Punto primo: le talee devono essere scelte con molta cura. Visto che, com'ho detto, essere riproducono esattamente tutti i caratteri della pianta madre, si capisce come importi che questa pianta madre sia ottima sotto tutti i rapporti. Questa scelta è sempre bene farla prima dell'autunno, quando la vite in vegetazione meglio si presta all'esame. Le talee devono essere fatte con tralci sani, ben lignificati, ne molto grossi, ne molto piccoli. Le talee devono essere piuttosto corte che lunghe. La loro lunghezza dipende dalla natura del terreno in cui devono venir piantate: e dipende dalla lunghezza degli internodi. In terreni freschi, in cui l'umidità non difetti, le talee devono essere molto corte: basta di due gemme. Si capisce che se gl'internodi son molto lunghi, anche con solo due gemme la talea avrà egualmente una lunghezza piuttosto notevole. Ad ogni modo, dev'essere sempre la minima possibile. Se le talee non si possono piantare subito appena staccate dalla vite,devono essere ben conservate. Il metodo migliore si è tenerle in una cantina fresca e sana, sotterrate nella sabbia ben lavata, leggermente inumidita. Se dovete provvedervi di talee fuori del vostro paese, siate molto prudenti nell'acquistarle, cercando soprattutto di affidarvi ad una persona onesta, che non v'imbrogli dandovi talee di viti deboli o malate, o diverse dalla varietà che voi desiderate. Non solo, ma quando acquistate delle talee, e non potete aver certezza che esse provengano da luoghi certamente immuni dalla Fillossera, sottoponetele ad una buona disinfezione prima di piantarle nei vostri terreni. Questa disinfezione potete farla in modo sicuro e facile immergendo i fasci di talee in un recipiente con acqua a temperatura di circa 55°C., e facendovele restare per 5 minuti primi. Non avete che a provvedervi d'un buon termometro, e l'operazione procederà senza difficoltà. Difficoltà potreste incontrarne talvolta per far attecchire le talee di alcune specie di viti. C'è una vite americana, la Berlandieri, che è famosa per la sua renitenza a metter radici dalle talee. E' questo un inconveniente che può mettere in imbarazzo. Il meglio si è che voi evitiate di affrontare questa difficoltà e che lasciate la moltiplicazione di queste viti restie per talea a che ha mezzi e cognizioni per poterla fare. Tuttavia, nei casi più comuni voi potete facilitare l'attecchimento delle talee, oltreché conservandole per tutto l'inverno stratificate in sabbia leggermente inumidita, decorticando e torcendo leggermente la base delle talee stesse. Preparatele talee e venuto il momento d'usarle, voi potrete seguire due vie: o potete piantarle direttamente nel vigneto che volete costituire, fare cioè il piantamento a dimora; o potete piantarle in un terreno apposito, destinato solamente a far radicare le talee, trasformandole così in piccole piantine dette barbatelle, fare cioè il piantamento in vivaio. Dico subito che nella maggior parte dei casi oggi è preferibile il secondo metodo. Ma devo anche aggiungere che, trattandosi di vite americane,oggi è anche più frequente il caso di non piantar talee tali e quali, ma di innestarle prima con vitigni nostrani. E di ciò parleremo a breve. Non mi occupo quindi ora del vivaio, perché preferisco parlarne quando ci occuperemo di queste talee innestate. Dirò invece qualcosa sopra un'altra forma di moltiplicazione della vite per gemma, che in passato ebbe grande importanza; ma che ora va trovando applicazioni meno frequenti, in seguito alla comparsa della Fillossera. Voglio alludere alla propaggine. La differenza fra tale e propaggine consiste in questo : che nella propaggine il distacco del tralcio dalla pianta madre avviene solo dopo la comparsa delle radici. La più semplice delle propaggini è la propaggine ordinaria, la quale consiste unicamente nell'incurvare un tralcio di un anno entro una piccola fossa scavata presso il ceppo; sotterrarne una parte e farne sporgere dal terreno l'estremità. In questo modo, dalla porzione sotterrata usciranno le radici, e dall'estremità fuori terra i germogli; sicché, recidendo dopo un anno il tralcio sotto terra, si otterrà una nuova vite. Questa forma di moltiplicazione della vite era un tempo molto usata per sostituire nel vigneto dei ceppi mancanti, o perché morti, o perché falsi, cioè d'una varietà diversa da quella desiderata. Allora si coricava un tralcio della vite vicina e s'otteneva così una nuova pianta. Questa operazione, di solito, si faceva in autunno. In alcuni luoghi si usava e ancora si usa una forma di propaggine più singolare: la provanatura. Essa ha lo scopo di ottenere non una sola vite, ma diverse, si da poter riempire un vuoto più importante del vigneto. All'uopo, l'intera vite viene coricata in una fossa, dalla quale non si fanno spuntare che le estremità dei vari tralci, nei punti dove si vuole sorgano le viti. Oggi invece la Fillossera tende a fare scomparire queste forme di moltiplicazione della vite. E si capisce. Se noi sotterriamo il tralcio di una vite nostrana, questo emetterà delle radici che non resisteranno agli attacchi della Fillossera. Perciò la nuova vite che otteniamo sarà inesorabilmente condannata a sparire più o meno presto. Se quindi un vigneto piantato su piede americano si fa qualche vuoto, per riempirlo non c'è altro da fare che ripiantare una nuova vite americana. Veramente ci sarebbe qualche altra forma di propaggine, che potrebbe trovare anche oggi discrete applicazioni. Voglio alludere alle propaggini multiple, che servono ad ottenere con un sol tralcio molte giovani viti o barbatelle. Tipica, a questo riguardo, la propaggine cinese, che si ottiene coricando sotto terra a primavera entro una fossetta poco profonda, e lunga un metro o più, un tralcio di un ceppo vicino. Da ogni nodo spunterà un ciuffo di radici, e dalla gemma relativa un germoglio; sicché d'autunno su quel tralcio troveremo tante piccole viticelle. Ma sono forme in complesso poco usate. Una forma di moltiplicazione per gemma che ha invece oggi un'enorme importanza in viticoltura è quella per innesto. Ma l'ora è tarda, e sarà meglio che la rimettiamo alla prossima sera. CAPITOLO SETTIMO L’innesto della vite Eccoci a parlare dell’innesto della vite , incominciò senza tanti preamboli il Cavaliere. Argomento importantissimo oggi, poiché è proprio l’innesto delle viti nostrane sulle americane che hanno salvato la viticoltura europea dalla fillossera. In che cosa consista l’innesto voi lo sapete: consiste nel trasportare da una vite un pezzo di tralcio con uno o più gemme su di un’altra vite, facendo in modo che esso si saldi perfettamente e si sviluppi come se si trovasse sempre sulla piante madre. Pratica antichissima, questa, e che anche in viticoltura si usava sovente, soprattutto per ringiovanire viti vecchie o per cambiare qualità del vitigno; una pratica che è divenuta indispensabile, per poter utilizzare viti americane resistenti alla fillossera, continuando ad ottenere da esse quei prodotti che finora abbiamo sempre ricavato dai nostri vigneti. Molto dovrei parlarvi anzitutto dei fenomeni che avvengono in quella mirabile operazione dell’innesto; ma il tempo che abbiamo a disposizione è breve, ed io devo passar oltre. Non posso però far a meno di accennarvi alle condizioni principali di riuscita degl’innesti. Prima di tutto, bisogna che le due piante che devono essere innestate fra loro possano andare d’accordo, ciò che non avviene se fra di esse non v’è un certo grado di parentela. Per quanto riguarda il caso nostro , in generale tutte le viti possono innestarsi fra di loro, ma, trattandosi di viti americane con viti europee, non tutte danno egualmente buoni risultati e cioè non in tutte l’attecchimento è ugualmente buono. Quindi, necessità di scegliere, caso per caso la vite americana che più s’adatta a quella europea che dobbiamo innestarvi sopra. In secondo luogo, perché l’attecchimento avvenga bene, occorre far in modo che le due parti che s’uniscono con l’innesto combacino fra loro perfettamente senza lasciare uno spazio vuoto, che farebbe ben presto disseccare l’innesto. A questo proposito, è bene ricordare che devono soprattutto ben combaciare fra loro i tessuti vivi dei tralci, e cioè quella parte che volgarmente si dice corteccia, e che arriva sino al legno (difatti, il legno ed il midollo sono tessuti morti, che non hanno un’importanza assai minore nei riguardi dell’innesto). Per ottenere questo perfetto combaciamento, occorre essere dei bravi innestatori ed avere dei buoni strumenti. Solo così si faranno tagli ben netti, senza irregolarità, senza sfibrature. Bisogna anche evitare che sulle superfici tagliate caschino sostanze estranee (terra, sabbia, ruggine dei coltelli, ecc.). Favorisce anche l’attecchimento dell’innesto una buona temperatura: l’ideale sarebbe una temperatura di 20 a25° C. perché allora la saldatura dell’innesto avverrebbe molto rapidamente. E non bisogna neppure che manchi un giusto grado di umidità, ne aria moderata, perché l’innesto possa “respirare”. Ciò premesso, vediamo come può eseguirsi l’innesto della vite. Anzitutto però qualche definizione, tanto per intenderci: Diremo soggetto o porta innesto quella vite che porta le radici, che quindi riceve l’innesto (per lo più oggi essa è americana). Diremo marza o nesto quel pezzo di tralcio che, una volta saldato sul soggetto, darà foglie, fiori e frutti alla pianta innestata. Diremo franca di piede una vite che non è innestata. Ora, l’innesto della vite può farsi in vari modi: fra parti aventi dimensioni differenti o aventi le stesse dimensioni. Incominciamo dagli innesti fra parti legnose, o innesti legnosi. Alcuni di essi si fanno fra parti o membri aventi dimensioni differenti. E’ questo il caso dei comuni innesti a spacco,che da tempo immemorabile si eseguiscono nei nostri vigneti, specialmente su vecchi ceppi. Come voi sapete, il ceppo si decapita a fior di terra con un seghetto; poi con apposito scalpello si spacca in tutto o in parte. In questo spacco s’introducono due marze, tagliate a cuneo, se si è fatto uno spacco totale; o una sola marza, tagliata a lama di coltello, se si è fatto uno spacco parziale ( o radiale che dir si voglia ). Quest’innesti si fanno per lo più in marzo aprile, dopo il pianto della vite. Ma assai più interessanti sono oggi degli altri innesti legnosi, in cui la marza e soggetto sono della stessa dimensione, e per lo più sono costituiti da due talee. Voglio parlare degli innesti inglesi. Abbiamo tre tipi d’innesti inglesi: inglese semplice, inglese a spillo midollare, inglese a doppia fenditura. In tutti e tre i casi, marza e soggetto si tagliano, presso un nodo, a becco di clarino, facendo in modo che le due superfici di sezione si corrispondano perfettamente, sicché, presentando la marza al soggetto, entrambi combacino esattamente. Per eseguire questi innesti si usa un coltello speciale, detto Kunde, presentante una lama piana da un lato e leggermente convessa dall’altro, e terminante con una specie di unghia. Ben inteso, il coltello dev’essere sempre mantenuto affilatissimo, e non deve mai presentare il benché minimo dente. Nel caso dell’innesto inglese semplice, non si fa altro che ravvicinare le due superfici di sezione, e legare strettamente il punto d’innesto. Ma questo tipo è pochissimo usato, perché poco solido. Nell’innesto a spillo midollare, fatti i tagli come s’è detto, s’infigge nel midollo un pezzo di filo di ferro galvanizzato lungo 6 centimetri. In questo modo l’innesto acquista una maggiore stabilità. Ma neppure questa forma d’innesto s’è diffusa da noi. Quello invece che ha incontrato larghissimo favore è l’innesto inglese a doppia fenditura, che è certamente la forma d’innesto più usata dopo che la fillossera ha invasi i nostri vigneti. Per eseguirlo, s’incominciano a tagliar le due talee, che devon servire rispettivamente da marza e da soggetto, col taglio a becco di clarino solito; poi a circa un quarto superiore della superficie del taglio si opera una fenditura dall’altro al basso, lunga un centimetro circa, e facendo leva coll’innestatoio si scosta leggermente la linguetta così ottenuta. Sollevate così queste linguette nella marza e nel soggetto, si fa penetrare l’una nella fenditura dell’altra, in modo da ottenere un perfetto combaciamento fra i due membri. Se l’innesto è ben fatto, esso deve presentarsi abbastanza resistente a leggeri urti, anche senza bisogno di venire legato. Una parola anche sugli innesti erbacei. Essi differiscono dai precedenti, perché invece di essere eseguiti fra le parti già lignificate, sono eseguiti fra germogli ancora erbacei. Dico subito che in generale questi innesti erbacei sono più usati nei paesi meridionali che non da noi. Tuttavia, da alcune prove che abbiamo fatte, abbiam visto come non sarebbe impossibile adottarli anche nei paesi settentrionali. Il vantaggio più notevole che essi presentano si è di permettere di ripetere l’innesto durante l’estate, quando sia fallito l’innesto legnoso eseguito nell’inverno o all’inizio della primavera. Uno dei più usati è l’innesto inglese erbaceo o innesto Condurso. Si eseguisce nell’identico modo si quello legnoso, ma sopra germogli verdi. Dopo si lega con lana non ritorta. L’epoca più adatta, nei paesi meridionali cade in giugno. E’ molto usato in Sicilia. Pure in Sicilia, e anche in Puglia, vanno ora diffondendosi degli innesti erbacei a gemma: a scudo, a zufolo. Anch’essi s’eseguiscono in giugno e luglio, operando in modo analogo a quello usato per le piante da frutto. Non ho tempo di parlare a lungo di essi: mi preme invece riprendere i nostri innesti inglesi legnosi, che, han tanta importanza per noi. Quando e dove si fanno questi innesti? Gl’innesti inglesi fra due talee, gl’innesti-talea come si chiamano, posso eseguirsi comodamente seduti davanti ad un tavolino, anche durante la stagione invernale, quando il tempo è meno prezioso per i viticoltori. E’ perciò si dicono anche innesti da tavolo. Di solito però è meglio attendere ad eseguirli poco prima dell’epoca d’impianto: cioè da fine febbraio a metà aprile. Una volta eseguiti, quest’innesti-talea (i quali dunque sono tipicamente costituiti d’un soggetto americano e di una marza europea o nostrana che dir si voglia)possono venir affidati al terreno come se fossero delle semplici talee. Così si faceva da principio, e così si fa ancora oggi da alcuni. In questi casi però conviene prima legarli sul punto d’innesto. La legatura si fa con una fibra speciale detta rafia: molto indicata perché è tenace senza che danneggi l’innesto, e perché è molto economica. Però con quest’impianto immediato si corre il rischio di avere molte fallanze, soprattutto se la stagione poco benigna ostacola la saldatura degli innesti. S’è allora pensato se non si potesse far avvenire questa saldatura prima di affidare gli innesti al terreno. Ed ecco l’origine e lo scopo di questa pratica, che avrete forse sentito nominare: della forzatura degli innesti. Come si effettua? In vari modi. Chi ha da preparare un gran numero d’innesti, soprattutto chi fa commercio di viti innestate nell’Italia settentrionale, ricorre spesso la forzatura in apposite serre riscaldate artificialmente. Non mi soffermo a descrivervi questo processo, che è delicato e costoso. Qui tutto si fa in grande. Squadre di operai e operaie, sovente macchine apposite per eseguire gl’innesti (poco buone, in generale, tranne forse una che risponde al grazioso nome di Feitzelmeyer), casse particolari in cui gl’innesti-talea vengono stratificati, per lo più con segatura di legno; poi serre vetrate, con riscaldamento a stufa o meglio a termosifone…..Non sono cose per voi. Per voi c’è un metodo assai più semplice e più economico: l’insabbiatura degli innesti. Essa si può fare in due modi: o con appositi cassoni di legno ricoperti di vetro, o, anche più semplicemente, senza cassoni. Nel primo caso, si costruiscono dei cassoni di legno larghi e lunghi 3 metri, privi di fondo. Il terreno su cui devono appoggiarsi si scava in modo d’aver un’inclinazione tale che dalla parte di tramontana sia profondo 10 centimetri, e da quella di mezzogiorno circa 1 metro. La parte superiore del cassone presenta un coperchio costruito da un’invetriata mobile, inclinata, come il fondo, verso mezzogiorno. In questo modo, i raggi del sole cadono sui vetri quasi a piombo. Per riempire i cassoni, si comincia col mettere sul fondo uno strato di circa 10 centimetri di sabbia; poi su di essa si dispongono in piedi gl’innesti-talea (senza legarli), riempiendo gli spazi tra l’uno e l’altro con sabbia pulita, non troppo fine. Riempito tutto il cassone, si versa ancora superiormente uno stratarello di 5 o 6 centimetri di sabbia; indi s’innaffia leggermente; infine si mettono a posto le invetrate. Allora non resta altro che ripetere di tanto in tanto qualche leggera innaffiatura, se la sabbia tendesse a diventar troppo secca. E così, grazie al calore solare, in venti giorni o un mese, a seconda del clima del luogo, la forzatura è compiuta, e gl’innesti sono pronti ad essere piantati. L’altro sistema è anche più economico: senza ricorrere a dei cassoni, si limita con poche assi verticali un pezzo di terreno davanti ad un muro rivolto a mezzogiorno, e si versa su questo terreno della sabbia in cui si collocan gli innesti riuniti in fascetti di 50 ognuno. Anche qui, dopo aver disposto verticalmente gli innesti, si versa su di essi dell’altra sabbia in modo di ricoprirli per 5 o 6 centimetri. Ed è qui tutto. Solo nei casi di piogge molto violente di potrà proteggere questa sabbia con delle stuoie. La durata della forzatura in questo caso va dai 30 ai 40 giorni. Comunque si faccia, finita la forzatura, gl’innesti saran pronti ad esser piantati. Anche in questo si possono seguire due vie. O piantar questi innesti-talea direttamente sul terreno che deve diventare un vigneto, senza far loro subire più alcun trapianto (piantamento a dimora); o piantarli dapprima in un vivaio, dove resteranno uno o due anni, prima di venir tolti e trapiantati a dimora. Dico subito che nella maggior parte dei casi è preferibile questo secondo sistema: cioè il pianta mento in vivaio. Solo nel caso di aver vigneti in condizioni di terreno particolarmente favorevoli, e d’aver comodità di prodigar a questi innesti tutte quelle cure che son del caso, cure che in un vigneto un po’ grande diventa più lunghe e più costose, il pianta mento a dimora potrà essere preferito. Ma nella maggior parte dei casi i migliori risultati si ottengono dall’impianto a vivaio. Il vivaio da innesti deve essere ancora meglio scelto preparato che quello per talee. Deve avere un terreno piuttosto leggero, se occorre irrigabile, pianeggiante, ben concimato con concimi chimici, o con letame corretto con perfosfato. Deve, naturalmente, essere ben lavorato a non meno di 40 -50 centimetri di profondità. Preparato il terreno pel vivaio, si procede all’impianto degli innesti. Questo si deve eseguire in linee equidistanti o in linee abbinate, od a due a due vicine tra loro. Nel 1° caso le file disteranno 60 -65 centimetri l’una dall’altra; nel 2° caso una coppia dall’altra disterà 30 centimetri; le due file d’una coppia di 15 centimetri. Gl’innesti sulla fila disteranno l’un l’altro da 5 a 10 centimetri. Per piantare gli innesti, si scaverà una fossettina lunga quanto la fila, e profonda quanto è necessario perché gli innesti, una volta piantati, abbiano il punto di’innesto di 5 a 6 centimetri più alto del livello del terreno. Messi a posto gli innesti, si chiude la fossetta con la terra di scavo; si calca questa leggermente attorno agli innesti, che poi si ricanzano. Dopo eseguito l’impianto, non si deve credere di poter abbandonare a sé il vivaio. Al contrario, esso richiede cure assidue e pazienti. Il terreno deve essere mantenuto sempre ben pulito dalle male erbe e bene smosso alla superficie per impedire che faccia crosta; se l’umidità sembra troppo scarsa, occorre fare qualche leggera e moderata irrigazione; se malgrado questo, le piantine sembrano crescere stentate, occorre far qualche concimazione di pronto effetto, spargendo per esempio sul terreno del pozzo nero. Bisognerà sopprimere i succhioni che uscissero dal soggetto; operazione che si dovrà fare scalzando leggermente gli innesti. E nello stesso tempo si farà anche la sbarbettatura, tagliando le piccole radici che fossero uscite dalla marza, evitando così l’affrancamento dell’innesto. Una prima sbarbettatura si fa di solito ai primi di luglio; una seconda ai primi di agosto, e dopo di questa non si rincalzeranno più gli innesti. Di grandissima importanza sono poi i trattamenti contro la peronospora. Essi dovranno ripetersi quante volte è necessario per non mai lasciare sviluppare questa malattia, che sarebbe fatale per le giovani piantine. S’arriverà così alla fine dell’autunno, alla caduta delle foglie. Se le barbatelle avranno in questo primo anno di vivaio assunto uno sviluppo discreto, si da ritener possibile il trapianto a dimora, allora si estirperanno; in caso diverso occorrerà attendere un altro anno, lasciandole ancora in vivaio. All’atto dell’estirpamento, si farà anche una scelta accurata delle barbatelle, scartando quelle che siano difettose, o malate, o troppo meschine, o che non presentino ben saldato l’innesto. Così si potrà essere sicuri di disporre di un eccellente materiale per l’impianto di nuovi vigneti. Mi sono dilungato alquanto su questo argomento della preparazione e dell’allevamento di barbatelle innestate, perché io troverei molto opportuno che ciascuno di voi, nel suo piccolo, si preparasse da sè il materiale che gli occorre per rinnovare i suoi vigneti; e se impiantasse il suo piccolo vivaio. Voi che siete tanto bravi in tutte le faccende di campagna, non dovreste trovar difficoltà neppur in questo. Ed è inutile che vi dimostri tutto il vantaggio che ne ricevereste, adoperando queste barbatelle preparate e scelte con ogni scrupolo da voi, anziché acquistandole da negozianti più o meno coscienziosi, ma sempre curanti innanzi ogni cosa il proprio interesse. Ed ora finisco, perché stasera l’ora si è fatta più tarda del solito. Ma spero che non sarà stato tempo perduto. Buona notte!
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Marco Caprarola
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